TEXT BY GONCHAROV * ITALIANO lunedì 6 settembre 2010 Registrazione Login

Commento di Goncharov su Fathi Hassan- Akkij

FATHI HASSAN: IL NOMADE CULTURALE

 

Fathi Hassan, esponente della Diaspora Africana, porta con sé le sue radici ancestrali ovunque lo conduca la sua vita da nomade. E’ nato in Egitto dove la sua famiglia si era stabilita dopo essere stata costretta a trasferirsi a causa dell’inondazione che ha creato l’Aswan Dam; tuttavia la sua discendenza è nubiana e risale a generazioni di guerrieri, agricoltori e capi villaggio. Hassan riesce a mescolare perfettamente queste radici ancestrali con la cultura della sua patria adottiva, l’Italia, un altro paese con un’antica eredità. I suoi temi possono essere primordiali ma i suoi strumenti e il suo approccio non lo sono. Hassan è un artista molto brillante e avventuroso che lavora con la performance, video, fotografia, e installazione, oltre che con la pittura e la scultura. La sua opera è poetica, e allo stesso tempo concettualmente sofisticata e altamente raffinata.

 

Durante gli anni formativi al Cairo, Hassan studiò l’arte dei maestri italiani, programma fondamentale degli studi umanistici nelle scuole del Medio Oriente, che in quegli anni scoraggiava la sperimentazione di idee e tecniche nuove. Discutere di arte contemporanea era raro e gli artisti in Egitto avevano poche opportunità di crescita e possibilità di progredire nella carriera. Come ho avuto modo di osservare quando ho lavorato come US Commissioner alla Biennale del Cairo dove ho curato una mostra di Fred Wilson, ancora agli inizi degli anni Novanta, le gallerie erano quasi inesistenti, i periodici di arte internazionale erano difficili da reperire, e la maggior parte delle opportunità espositive era in negozi d’antiquariato. Gli artisti stessi erano spesso inconsapevoli del più ampio mondo dell’arte. Essi capivano che Wilson era un afroamericano ma molti erano scioccati, perfino indignati per la natura concettuale della sua installazione.

 

 

Fortunatamente le cose sono cambiate grazie alla comunicazione globale, Internet, pubblicazioni come Bidoun e NKA Journal of Contemporary African Art e il lavoro di studiosi e curatori come Salah Hassan (nessuna parentela con l’artista), Olu Oguibe, Kellie Jones, Okwei Enwezor, e altri. Gli artisti sono ovunque consapevoli degli sviluppi dell’arte nel mondo, e si è creato un dialogo internazionale e un impollinazione incrociata di cui tutti beneficiano. Fino a pochissimo tempo fà gli artisti di origini non europee, in particolar modo quelli di discendenza africana o medio-orientale, erano ignorati dal mondo dell’arte internazionale. E’ ancora difficile sviluppare una carriera commerciale al di fuori dei centri culturali dell’Europa e degli Stati Uniti, ma le opportunità di esporre sono diventate maggiori nei vari paesi di origine e anche all’estero grazie alla pletora di Biennali e altri festival di arte contemporanea internazionale.

Nel 1988 le cose stavano già cambiando quando Hassan è stato scelto da Dan Cameron per partecipare ad Aperto una sezione della Biennale di Venezia, uno dei primi africani a farlo. Nel 1993 Mary Angela Schroth ha organizzato la prima mostra in Italia di arte del dopo Apartheid South Africa, Incroci del Sud/Affinities, alla Sala 1 e alla Biennale di Venezia. Nel 2001 la Biennale è stata caratterizzata da una importante mostra parallela di sette artisti concettuali africani, Authentic/Ex-Centric, che seppellisce i termini “esotico” e “primitivo” che i critici occidentali troppo spesso in modo accondiscendente associavano a quel continente.

Ora alcuni artisti come Yinka Shonibare, Tracey Rose, Mona Hatoum, Chris Ofili, Shirin Neshat, David Hammons, Ghada Amer, Adrian Piper, Fred Wilson, and Georges Adeagbo non solo sono accettati come eguali dalla corrente principale del modo dell’arte ma hanno anche conquistato la condizione di star. Finalmente, per la prima volta  Africa avrà il suo padiglione alla Biennale di Venezia del 2007. Nonostante questi cambiamenti, queste mostre e questi artisti sono eccezioni alle regole eurocentriche dell’arte. Molti artisti importanti, soprattutto quelli il cui lavoro non si accorda al mercato dell’arte, rimangono invisibili al panorama globale.

Il lavoro di Hassan non è apertamente politico ma come artista della Diaspora africana le  politiche delle razze e dell’identità sono sempre presenti. Sebbene Hassan stesso ha raggiunto un riconoscimento internazionale e ha esposto in numerose occasioni, è ben cosciente del predominio di un mondo “bianco” dell’arte quando scrive:

 

Uno dei vantaggi di essere nero

È quando sei nei racconti umani,

non si accorgono di te,

e sarai salvo dagli umani,

e avrai davanti solo il giudizio di Dio,

che è unico ed eterno.

Tratto dal Pensiero Disordinato, 2005

 

Non contento di rimanere in Egitto con limitate opportunità, Hassan ha lasciato il paese per lavorare a Baghdad, un città allora tranquilla e cosmopolita. Alla fine l’artista ha deciso di trasferirsi in Occidente e nel 1979 ha scelto l’Italia come dimora, in parte per la sua familiarità con l’arte italiana. Hassan ha studiato all’Accademia delle Belle Arti a Napoli dove presto è diventato parte integrale della fiorente scena dell’arte contemporanea che comprendeva il gruppo teatrale sperimentale Falso Movimento con cui ha collaborato come attore e scenografo. Attualmente si divide tra Milano e Fano, una città nelle Marche dove la via Flaminia incontra l’Adriatico. Fano, come  l’Italia in generale, da tempo gode un legame con il Medio Oriente stabilitosi attraverso le guerre e il commercio. E’ allo stesso tempo il luogo di una sconfitta romana di Cartagine e la prima città in Italia a fondare una pressa tipografica con i caratteri arabi nel 1514.

 

Bombardata dall’arte antica e dall’iconografia cattolica del suo paese adottivo, Hassan mescola la sua spiritualità Africana con i simboli religiosi cristiani italiani al fine di creare un’arte totalmente propria.

La sua versione Africana di santi, Elham, Maha, e Tawinda somiglia alle loro controparti cattoliche ma sono circondate da frutti e portano fiori piuttosto che palme del martirio. A volte sono naturalistiche e somigliano piuttosto a regine guerriere che a vergini. Altre volte esse assumono le caratteristiche stilizzate delle icone bizantine, le madonne di Cimabue, e le allungate maschere africane. I suoi angeli non sono i cherubini; sono apparizioni alate di cammelli ed elefanti del suo paese d’origine. Gli esseri umani sono allattati, non dalla lupa di Romolo e Remo, ma uno stambecco africano. Le reliquie di Hassan possono essere le scatole, gabbie, o installazioni e ospitano le memorie sacre di una vita nomadica. Gli oggetti contenuti come flauti, fagotti, sacchi, scarabei, foglie di palma, e sabbia sono metafore per i suoni dell’Africa, il silenzio del deserto, la fluidità del  tempo, e la natura effimera della memoria.

 

Il silenzio e il misticismo legato alla religione generalmente sono le chiavi di lettura dell’arte di Hassan, soprattutto per quanto riguarda i suoi lavori minimali. Le opere risultanti ricordano quelle di Mark Rothko e specialmente di Barnett Newman che USA la sua tradizione ebraica dell’ineffabile per creare una sua versione personale della Via Crucis. Non sorprende che il mondo dello spirito sia così importante per Hassan. Proviene da un mondo che ha fatto nascere le tre maggiori religioni: giudaismo, islamismo, e cristianesimo, così come l’Egitto dei faraoni e le religioni animiste africane, e tutte hanno avuto un influenza più o meno rilevante nel suo lavoro.

 

Il mondo moderno e la storia dell’arte occidentale sono egualmente importanti per il lavoro di Hassan, benché li reinterpreti a suo modo. Spesso l’artista fa riferimento ad artisti come Francis Picabia, Joseph Beuys, e in particolare Marcel Duchamp che come Hassan era un maestro di scacchi e un brillante stratega concettuale. Una fotografia di Duchamp ci scruta in una scultura di Hassan del 1990 intitolata Conditioned Groove e  qualcosa che sembra una ruota di bicicletta appare in un assemblage del 1989, The Sahara Doesn’t Like Technology, OPERA che probabilmente fa riferimento al primo readymade di Duchamp. Come Duchamp, sbeffeggia la Gioconda ma invece di giocare con il genere sessuale la fa diventare africana. Hassan si riferisce al maestro con una performance che mima il famoso ritratto fotografico di Duchamp realizzato da Man Ray, dipingendo sulla sua nuca una stella, Hassan ha rasato la sua testa, enfatizzando la somiglianza con quella dei faraoni, ha dipinto una stella sulla sua guancia (un simbolo islamico e un immagine che le donne nubiane a volte tatuano sulle loro guance), e ha intitolato il lavoro Non sono Marcel Duchamp, sono Tutankamon.  Il suo uso di gabbie di uccelli, come quelle utilizzate ovunque nei mercati del Cairo, sono piene di oggetti e sono reminiscenze del lavoro del 1921 di Duchamp Why Not Sneeze Rose Selavy? e altre scatole e assemblage di artisti del Surrealismo.

 

Napoli negli anni Settanta era terra fertile per l’avanguardia e molti artisti importanti arrivavano in città. Gli artisti di Fluxus e Arte Povera stavano facendo lavori sul tempo, utilizzando materiali umili, e abbracciando l’effimero. Sebbene Hassan non si trasferisce a Napoli prima del 1979, è comunque stato stimolato da questa nuova arte ed è entrato in contatto con il lavoro dell’artista tedesco leggendario Joseph Beuys grazie alla sua amicizia con il gallerista Lucio Amelio. Beuys si dichiarava uno sciamano con un legame speciale con la natura. Non posso immaginare come Hassan, da giovane artista africano, abbia interpretato questa appropriazione europea della sua cultura. Mi sembra però, che l’artista se ne sia a sua volta riappropriato nella performance Sacred Family of Animals. Invece di parlare ad una lepre morta o interagire con un coyote, Hassan tiene in mano un elefante giocattolo, un animale africano noto per la sua lunga memoria, e una volpe imbalsamate, simbolo dell’impostore.

Sebbene Hassan conosca profondamente l’arte occidentale, utilizza costantemente i simboli del suo background nubiano, e in questa mostra al Palazzo Ducale, si concentra sulle più importanti città nubiane: Aswan, Luxor, Abu Simbel, Toshka and Kom Ombo, ora parte dell’Egitto, e Wadi Halfa, attualmente nel Sudan. La Nubia, considerata da molti la più antica civiltà nera, risale almeno al 3100 a.C. Una volta chiamata Land of Punt (o terra degli Dei), è situata sulla rotta del commercio tra l’Egitto e l’Africa sub-sahariana, sulla quale erano trasportate merci come l’avorio, l’ebano, l’incenso, la pelle di animale, metalli e pietre preziose. Spesso è stata dominata dall’Egitto più potente militarmente ad eccezione di una volta nel tardo periodo dinastico quando il Regno di Kush unì la zone e i faraoni erano nubiani. L’egemonia egiziana continua anche in tempi moderni quando il governo ha costruito la diga di Aswan, evacuando migliaia di nubiani e distruggendo gran parte della loro terra.

 

In seguito all’inaugurazione della nostra mostra alla Biennale del Cairo, io e Fred Wilson abbiamo viaggiato nel sud insieme ad un'altra artista, Whitfield Lovell, visitando siti archeologici, e terminando il nostro viaggio ad Aswan. E’ il luogo della prima cateratta del Nilo e una citta nota a Erodono, Strabo, e Plinio il Vecchio. Qui siamo stati adottati da un generoso nubiano, chiamato Boss e abbiamo trascorso qualche giorno in sua compagnia nella sua feluca, nel tratto del Nilo considerato il più bello in assoluto. Ci ha portato a casa dei suoi amici e parenti nei villagi nubiani nella Elephantine Island, così chiamato per le sue rocce grigie, dove vivono 5,000 nubiani sgomberati. Nonostante sia solo pochi miniti di barca dalla riva est del Nilo, l’isola potrebbe essere in un mondo antico e totalmente diverso dalla moderna città di Aswan. Non ci sono macchine o motorini quindi è un luogo tranquillo e sereno, i bambini e gli animali camminano liberamente per le strette strade, e si conoscono tutti.

Noi siamo stati accolti come ospiti d’onore e calorosamente ricevuti con cibo e bevande. E’ lì che abbiamo visto molte delle icone ricorrenti nei lavori di Hassan. Le colorate e fantastiche piante, gli uccelli, i coccodrilli, pesci e altri animali, così come i talismani contro il Malocchio, e le memorie delle Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, sono dipinte sulle facciate delle case di fango. All’interno di queste case si possono trovare molti oggetti utili e decorativi, fatti con foglie di palma di datteri ricorrenti nell’arte di Hassan. Trasformazioni magiche di uomini e animali sono frequenti. Mi torna in mente il dipinto The Nile Bride (2002) con una sirena africana o altri lavori in cui gli uomini hanno corna di antilope o donne si trasformano in foglie. Le sue immagini calligrafiche e i caldi colori di sabbia sono reminiscenze dell’henna che le donne nubiane usano per decorare le mani in occasioni speciali e feste. Ascoltiamo l’ipnotizzante suono del flauto e dei tamburi che figurano così spesso nel lavoro di Hassan.

 

 

La mostra di Hassan al Palazzo Ducale, di cui gran parte delle opere esposte sono realizzate in situ, si intitola Safir: ogni battito del cuore ha il VOLTO dei miei AVI. In essa Hassan ha il ruolo di Safir,  l’apostolo, l’ambasciatore, e il portatore di lettere d’amore a persone amate e lontane. La sua installazione, che consiste di tre stanze, racconta una storia nubiana. Ma, in linea con la tradizione orale nubiana, è privo di una struttura narrativa con inizio e fine. Hassan descrive il lavoro come un fiume che scorre, una metafora appropriata considerando che il Nilo è una parte fondamentale della vita dei nubiani. Ma questo fiume, trapiantato a Urbino, lo possiamo solo sentire, non vedere.

 

Si tratta di un'unica grande installazione; nella prima sala, quella della mente, campeggia al centro un’enorme tenda da cui fuoriescono aforismi e citazioni che s’imprimono sulla parete insieme con foto ritratti dell’artista.. La seconda sala che corrisponde al tema del fiume Nilo, representa il movimento e la vita del nomad. Infine, la terza ospita la parte più emotiva dell’essere umano, quella del cuore e della spiritualità.

Hassan descrive questo progetto sulla memoria in questo modo:

Prova a buttare l’acqua sopra la sabbia calda e con l’aria afosa, ancor prima che arrivi a terra, sarà evaporata, non ci sarà più alcuna  traccia, solo il Silenzio dei miei Avi e la Sabbia.”

 

La mostra integra tutta l’identità e la cultura di Hassan. Lui è un uomo di mondo....un nubiano, un moderno egiziano, europeo per scelta, e un sofisticato artista concettuale ben informato sulla storia dell’arte, le attuali pratiche e tendenze artistiche. L’installazione comprende testi, disegni, video, fotografie, documentazione di performance passate utilizzando tutti i  temi e motivi, calligrafie indecifrabili, contenitori, uccelli, animali, scarabei, foglie di palma, piante, sabbia, e santi che ricorrono con grande sensibilità e poesia nell’opera di Hassan.

 

 

Kathleen Goncharov

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