Fathi Hassan
1957
Fathi Hassan nasce a Il Cairo 10 maggio. E´ il secondogenito di Hassan e Fatma.
La famiglia originaria di Toshka, del sud dell’Egitto e il padre sudanese. La cultura matriarcale della sua famiglia d’origine ha contrassegnato profondamente la vita di (Akkij) Fathi come uomo e artista.
Le grandi inondazioni che colpirono l’Alto Egitto nel 1912, 1933 infine 1964, e che distrussero i terreni vicino al Nilo, modificano radicalmente lo status sociale della famiglia dell’artista (suo nonno Mutala era capo del villaggio di Toska est), che in seguito a questo disastro si vide costretta a trasferirsi a Il Cairo. La famiglia Hassan (Kenuz o Kekhia), da proprietari terrieri, ricomincia una nuova vita da semplici lavoratori.
1969
Frequenta la scuola media Kerabia, in italiano Portatore d’acqua. Durante gli studi conosce Ghaleb Khater, affermato scultore nel panorama artistico nazionale, che rimane favorevolmente impressionato dalla creatività e dall’interesse per l’arte di Fathi. A sua volta l’artista è così affascinato dalle sculture di Khater, che spesso rimane a scuola per aiutarlo e discutere di arte.
In questi anni Hassan vive con la sua famiglia in via Sulaiman Basha, una area culturalmente molto vivace, disseminata di cinema e teatri, che l’artista frequenta con assiduità.
Il Cairo, giugno-agosto. Lavora nella libreria Madbuli. L’artista ha così l’opportunità di leggere molto, s’interessa in particolar modo agli scrittori russi, tra questi Fjodor Dostojesky e Maxim Gorkji, a Sigmund Freud e Bertold Brecht.
1976
Il Cairo, giugno-agosto. Lavora presso una libreria irachena. Quest’esperienza lavorativa è molto importante perché ha permesso di entrare in contatto con scrittori e poeti egiziani, diventati in seguito molto famosi, come Yahia Eltaher Abballa (autore di La Ruota e il Bracciale) e Wahid Hamed (uno dei maggiori sceneggiatori egiziani di cinema e teatro).
Il proprietario della libreria irachena lo vede disegnare e lo invita a proporsi come disegnatore pubblicitario al Ministero dello Spettacolo a Baghdad.
1977- 1978
Baghdad, gennaio. Si trasferisce in Iraq, dove lavora come disegnatore pubblicitario al Ministero dello Spettacolo. Fathi racconta “Mi presento il primo giorno di lavoro verso mezzogiorno, il custode mi ferma e mi dice che devo venire alle sette del mattino, io replico che piuttosto preferisco tornare a casa. Allora il custode chiama il capo ufficio disegnatore, anche a quest’ultimo ribadisco che alle sette è troppo presto, lui mi risponde: ti metto in prova per un mese se mi dai soddisfazione puoi arrivare a mezzogiorno. Sono rimasto a lavorare lì per un anno”
Baghdad, maggio. Elabora quadri animati nello stadio nazionale di Baghdad con Kazim Haidar, uno dei più importanti pittori iracheni dell’avanguardia del dopo guerra. Secondo la tradizione di cultura coreana, c’erano a terra cartoncini cm 100x70, noi camminavamo e disegnavamo, poi i lavori venivano tagliati a pezzetti e numerati, ogni ragazzo presente nello stadio prendeva un cartoncino, leggeva il numero e mostrava la figura dipinta dall’artista.
1979
giugno. Grazie a una borsa di studio conseguita presso l’Istituto di Cultura Italiana del Cairo, Fathi si trasferisce in Italia. Prima di iniziare i corsi all’Accademia visita Firenze e rimane colpito da David di Donatello, poi si trasterisce in Sardegna per incontrare un suo parente, che nel frattempo si era trasferito a Milano.
A Cagliari incontra casualmente un suo amico di Asmara, Angelo Casciello. Quando riceve la comunicazione dell’Accademia per la scelta della città in cui poter frequentare i corsi, Firenze, Venezia o Napoli, preferisce quest’ultima per vivere con Angelo a Villa Ricca.
1979-1986
Hassan viaggia tra Cagliari e Napoli.
1980
Napoli, settembre. Si iscrive all’Accademia delle Belle Arti, nel corso di scenografia con il prof. Albino Ottaiano; in realtà la scelta ricade su questo corso solo perché non c’era più posto in quello di pittura. Dipinge però nel corso di decorazione con il prof. Enrico Bugli, che offre all’artista una parete per dipingere; Hassan compra una tela sfusa e una biro nera, e lavora sull’opera Orfeo e la frusta di Baghdad, una chiara denuncia contro l’aggressività del pensiero dittatoriale e coloniale. Questo lavoro è poi esposto alla Biennale di Venezia (oggi nella collezione Fausto Radici).
1981
Napoli. Giacomo Vallifuoco, studente di lingua araba nella Facoltà di Lingue di Napoli, invita Hassan ad andare a vivere con lui. Vallifuoco gioca anche nella squadra italiana di scacchi alle Olimpiadi e il suo appartemento è sempre frequentato da maestri di scacchi. Hassan ascolta le loro conversazioni mentre dipinge e incuriosito propone a Vallifuoco uno scambio, per cui lui gli avrebbe insegnato l’arabo e in cambio avrebbe imparato a giocare a scacchi.
1882 al 1985
Napoli. Su segnalazione del prof. Ottaiano, svolge attività di attore e scenografo alla Rai di Napoli come attore e scenografo. Hassan recita in numerosi telefilm e durante le riprese ha l’occasione di conoscere noti attori tra cui Franca Valeri.
1983
Napoli. febbraio. Attraverso Enzo Palombo, Hassan conosce Mario Martone, per il quale lavora nel gruppo napoletano Falso Movimento, recitando la parte di Otello moderno che entra in scena quando l’Otello classico dorme.
Napoli. Marzo. Filiberto Menna e Gabriele Perretta vanno a trovare Enrico Bugli all’Accademia, qui notano Orfeo e la frusta di Baghdad e dedidono d’incontrare Hassan. Il giorno successivo incontrano l’artista, Perretta gli propone di partecipare a ALFLELA (mille notti), a sua volta Menna gli regala un biglietto del treno per andarlo a trovare a Roma, dove conosce anche Bianca Menna.
Attraverso Menna incontra i critici Enzo Battarra, Paolo Balmas e Lorenzo Mango.
Nello stesso periodo l’artista frequenta la Galleria di Amelio -che era solito chiamarlo Farouk- grazie al quale conosce gli artisti James Brown, Joseph Beuys, Mimmo Paladino, Nino Longobardi, Mattel Torp e Richard Long.
1984
Si diploma all’Accademia con una tesi sull’Influenza dell’arte africana nel Cubismo.
Napoli, marzo-aprile, Studio Ricerca Aperta, ALFLELA (mille notti).
Espone: alcuni disegni di scrittura; Antar (poeta arabo preistorico), 1984, scultura di legno; Abla, 1984, scultura di legno.
La mostra e´ a cura di Gabriele Perretta.
Pomigliano d’Arco (NA), 26 maggio- 26 giugno, Città senza confine.
Espone: Ritorno in patria, 1981, cartoncino su tela, cm 50x70.
Tra gli artisti: Barcelò, G. Di Matteo, Futura 2000, P. Gatto, L. Quinones, Quick, K. Scharf, F. Silvestro.
Mostra a cura di Gabriele Perretta.
1985
Primavera. Angelo Casciello gli presenta Massimo Bignardi, che a sua volta lo propone a Crispolti per la mostra Una Nuovissima Generazione nell’Arte Italiana.
Siena, 9-25 agosto, Fortezza Medicea, Una Nuovissima Generazione nell’Arte Italiana
Espone: Shahrazade, acrilico su tela, 1983, cm 100x80; L’Arcipelago Elisa, 1984, tempera su cartone, cm 200x80.
Enrico Crispolti, curatore della mostra, scrive in catalogo:
“[...]Il racconto di Fathi evocava archetipi, elevava i nodi e le fluenze di quella per noi almeno piuttosto arcana scrittura ad archetipi, la cui valenza mi sembra fosse di sottile interrogazione psicologica. Così fra 1983 e 1986 in particolare. Ma poi il suo segno si è come trasferito da una condizione di grande pagina a una situazione più propriamente di pittura: coinvolto infatti in un più complesso gioco di rapporti cromatici, e di avvertenze alla materia pittorica.
Al tempo stesso Hassan ha individuato archetipi non solo di scrittura, ma anche di immagini, pur essenzializzate, quasi ideografiche. Il racconto si è dunque complicato, e a un tempo tuttavia anche semplificato: complicato nella varietà degli elementi iconico-formali concorrenti, semplificato giacché l'immagine complessiva risultava più essenziale, in certo modo più vividamente unitaria.[...]”
Bacoli (Na), 29 settembre-20 ottobre, Parco Archeologico di Baia, Pittura d´Ascolto.
Espone: installazione, 1985.
Tra gli artisti in mostra A. De Biase, P. Gatto, E. Palumbo, R. Persico, F. Silvestro.
Napoli, dicembre. In occasione della mostra personale di Joseph Beuys al museo di Capodimonte, Lucio Amelio presenta a Fathi Achille Bonito Oliva, con il quale inizia una lunga collaborazione.
1986-1988
Hassan gioca a scacchi come professionista, vincendo numerose gare.
1985
Pesaro. primavera. Elena Gramaccioni e Alberto Barbadoro, rispettivamente regista e scultore, leggono l’articolo su “Frigidaire” Napoli, la conquista del tempo come non-valore di Claudio Cerritelli, e contattano Hassan per proporgli una mostra personale alla galleria Deposito Figure.
1986
Gennaio. Si trasferisce a Pesaro, dove vive fino al 1991.
Pesaro, gennaio, Deposito Figure, La Nubia.
Espone: alcuni lavori di scrittura su tela, Orfeo e la fusta di Baghdad, 1983, inchiostro su tela, cm 151x274; Abuzeid El Helali Salama, 1984, acrilico su tela, cm 320x160; Angelo il profeta, 1983, tecnica mista su tela, cm 130x110; L'Arca di Noè, 1985, acrilico e inchiostro su tela, cm 240x180.
Massimo Bignardi, curatore della mostra, scrive in catalogo:
“I segni lasciati da Fathi Hassan sul campo bianco del foglio o della tela, sono frammenti di un racconto che l'artista tenta sempre nell'immediato e primo contatto con il candore della superficie nel riprendere il suo nesso logico. Un racconto perso nel profondo mare che collega tra loro lontane coste: nelle profondità archetipe di un mito emerso come riflesso, nel presente. È innanzitutto la ricerca di una remota verità celata, nascosta nell'intreccio antropologico della propria terra: la terra di Fathi è il Mediterraneo, nella circolazione e nel sovrapporsi di culture lontane, di implicazioni archetipe, manifestate attraverso un segno che tende oggi a superare i livellamenti proposti dalle mode di una società logorata dalla freneticità del consumismo. Quel "nomadismo" degli anni Ottanta, novità dei manuali "per giovane pittore", non ripropone altro che un naturale e ben saldo elemento insito nei processi di formazione delle culture mediterranee: questo proprio per quel senso di circolazione chiusa che il mare nostrum ha da sempre rappresentato. Sono culture, mutazioni antropologiche in continuo specchio di riflesso tra esse, e tutte rapportate ad un'unica tensione esistenziale. Fathi oggi scopre, nella verifica della storicità del presente, come i segni di Capogrossi possono essere la chiave per immettersi nella trama narrativa organizzata dai segni della propria terra. Percepisce, cioè, la valenza del segno, in quanto già elemento strutturante, dialogativo: "un alfabeto ridotto ad un'unica lettera" annotò Argan per Capogrossi; per Hassan potremmo aggiungere "una parola ridotta ad un unico rapporto". Un narrare che si svolge sotto i nostri occhi, in un continuo rimando, strutturante, di segni; nel gioco del racconto che trae e continua da "Le mille e una notte". La tessitura archetipa di Capogrossi, anticipata dai Motivi cellulari di Corrado Cagli, offre lo spunto nel dialogo instaurato con le ultime opere di Fathi Hassan, ad un'attenta riflessione metodologica sulla vitalità delle esperienze artistiche contemporanee, a danno di quelle funerarie citazioni pedanti, stucchevoli; per contro, la comicità di una falsa drammaticità espressiva, con gli occhi rivolti agli indirizzi di mercato. Un primo dato salta vistoso agli occhi: è che la tanto decantata crisi di "fin de siècle", operando comodi paralleli con il "decadentismo" del secolo passato, tentando di avallare il ritorno al privato, come totale rinuncia al dibattito di crescita politica, non è altro che un tentativo costruito da regole frivole del mercato, attento non più all'idea di progresso e quindi di una reale conferma della storicità del presente, come forza proiettiva per una società futura, ma al suo appiattimento, riducendo l'arte a puro atto creativo. L'impegno di una partecipazione, in senso anche di proposizione di crescita, è il dato che connota gran parte del nuovo panorama artistico, quello maggiormente censurato e che con sforzi tenta di farsi largo tra le tante improvvisazioni del momento. È il caso di Fathi Hassan, giovanissimo artista egiziano, di origine nubiana, operante da qualche tempo in Italia, a Napoli: il sin, interrogativo prelevato dalla scrittura araba, si trasforma in segno incidente, strutturante di un dialogo con la storia, come proposizione gnoseologica. Il segno si organizza come una tessitura, giocando sulla flessuosità degli andamenti concavi e convessi, dichiarando la sua immutabile essenza interrogativa di una realtà, come possibile specchio critico dell'universale dialogo dell'esistere. Nel Angelo il profeta (una tecnica mista del 1983), la partitura si restringe, infittendo la parte inferiore della tela, tentando possibili attraversamenti ideografici: dalla trama, stretta, intricata, organizzata da una successione disordinata di segni iterativi, quasi tessulare, l'artista passa ad un modulo unico, come nel caso del L'arca di Noè (un acrilico ed inchiostro su tela dello scorso anno), nella quale sembra aver trovato una sua piena definizione, nella capacità espressiva del monogramma, dai contorni marcati,di instaurare con il fondo una forza energetica di forte emozione. Guardando ancora a Capogrossi, senza perdere di vista il significato assunto dall'esperienza delle Insegne di Kounellis, degli inizi degli anni Sessanta, potremmo affermare che per Hassan il sin comunica "la propria capacità e necessità di comunicare", parafrasando quanto detto, Capogrossi, da Argan. Fathi Hassan parla del Nilo, delle sue sponde, delle storie de' "Le mille e una notte", incontrate a Napoli; ci racconta sottovoce, attraverso sculture le cui forme essenziali d'impotenza primitiva (un parallelo immediato va proposto con I Bagnanti di Picasso, sculture esposte nell'estate del 1981 a Venezia), di Antara, guerriero preistorico, prima dell'Islamismo - afferma l'artista - e della sua donna Abla. Da queste forme "plastiche", dal sin ripetuto dei suoi "racconti", comprendiamo le domande poste a se stesso e al mondo: conferma, cioè, la sua presenza nella realtà. Il suo segno porta altrove: oltre la linea dell'orizzonte; forse, come l'intreccio del nostro gesticolare, ha la sua origine prima del Mille ed una notte.”
Napoli. Inverno. Lucia Gangheri, collega pittrice dell’Accademia, gli presenta Edoardo Di Mauro, in quel momento a Napoli per visionare i lavori di alcuni artisti da presentare a Nuove Tendenze in Italia. Di Mauro rimane molto colpito dal lavoro di Fathi e lo invita a partecipare alla collettiva al Centro Grisanti di Milano.
Milano, 1-30 marzo, Centro Grisanti, Nuove Tendenze in Italia.
Espone: La Famiglia, 1983, pennarello su tela, cm 180x100; Abuzeid El Helali Salama, 1984, acrilico su tela, cm 320x160.
A cura di Edoardo di Mauro.
La mostra e´stata poi trasferita a Firenze, Perterre galleria, 18 settembre- 4 ottobre.
Bari, marzo-aprile, Expo Arte, Emozionalità del Quotidiano.
Espone: Diritto I e II, 1984, acquerello su carta, cm 180x140; Dieci uomini del Cairo, 1983, acrilico su tela, cm 180x150.
Insieme a R. Bova, C. Catuogno, A. Conso, P. Coppola, G. De Lorenzo, P. Ferraro, M. Parentela, M. Ranieri, E. Ruotolo, S. Spataro, V. Trapasso.
La mostra é a cura di Massimo Bignardi.
La mostra prosegue a Salerno, presso Castello d’Arecchi, settembre.
Napoli, 29-30 maggio, Istituto di Cultura Francese, Forum Italia-Francia.
Espone: disegni di scrittura, 1986, cm 30x50.
Tra gli altri artisti: A. Casciello, G. Di Matteo, R. Persico.
La mostra e´ cura di Jean Digne.
giugno. Comune di Monteleone (FG). Realizza un intervento artistico Murales curato da Gabriele Montagano. L’artista dipinge il racconto di una fattoria sulle quattro pareti di una fontana antica, il lavoro è accompagnato da musiche del compositore Gabriele Montagano.
1987
Pesaro. Inizia a scrivere i Pensieri Disordinati, una serie di scritti che non hanno forma nè di poesia nè di racconto, sono piuttosto il risultato del fluire dei suoi sentimenti.
Caserta, marzo-aprile, Galleria Spazio 1 Maddaloni, Fathi Hassan.
Espone: Shahrazade, 1985, acrilico su tela, cm 140x190; Affetto, 1986, acrilico su tela, cm 70x100; Luna Nera su una Superficie Bianca Isterica, 1987, spago e acrilico su tela, cm 207x207; La Sorte della Ripresa Fisica, 1987, acrilico su tela, cm 70x120; Il Silenzio di Rosa Luxenburg, 1987, spago e acrilico su tela, cm 40x70.
La mostra é curata da Enzo Battarra, nel testo in presentazione:
“C’è profumo d’oriente. Aria intrisa di segni e favole dal fascino sensuale; negli ultimi lavori di Fathi Hassan la figura umana è sempre più una sagoma primitiva che si agita e vibra in un contesto di segni vitali. È un destino notturno quello che fabbrica ombre e desideri, la lunga storia dell’uomo e le sue contraddizioni con il dio.
L’uomo è al centro dell’opera e si mimetizza all’interno del quadro, diviene anch’esso segno indicativo di una presenza cromatica e di un equilibri formale e partecipa così alla messa a punto di una geometria del cuore. Infatti, si tratta di un geometrismo che non è mai ‘freddo’, ma si anima di una passione fertile, luminosa.
Il morbido svolgersi di una scrittura, il rincorrersi di piccoli frammenti di puro colore, un’ansia figurativa che rimanda all’Africa più pura concorrono alla compiuteza di un’opera che è sempre la somma delle parti di un equilibrio universale.
Lo spettacolo di una cultura musulmana intrisa di tanto occidente si rispecchia nelle superfici dipinte e nelle pieghe più interne dell’opera. C’è un immaginario minimale, che lascia dietro di sé un’impronta storica da cui discendono le visioni di un’indifferenziata cultura del XXI secolo. Quest’indifferenziazione non certo appiattimento, ma somma di memorie testuali e soprattutto di un’elettronica sentimentale. Gli archetipi formali, che ritroviamo in Fathi Hassan come in altri artisti anche europei, restano costanti, ma acquisiscono specificità differenti a seconda delle singole influenze d’origine. Così nelle varie culture popolari ritroviamo costantemente un attaccamento alla terra, a quella natura prodiga o maligna capace di sfamare ma anche di uccidere. Ed ogni stirpe tramanda i propri miti. Ma nella nuova natura rientrano oggi tutti i prodotti di una tecnologia industriale che è entrata sempre più a far parte del grande spettacolo in diretta che è la vita di ogni popolo.
Si torna sempre alle origini di se stessi, nel recupero di un gesto atavico, di una corporeità geneticamente trasmessa. Si ricordano i padri, ma soprattutto i loro racconti. L’arte inizialmente si bagna nel fiume che scorre nella propria terra e poi si incontra con i grandi fiumi che attraversano la memoria dell’uomo.”
Pesaro, aprile-maggio, Villa Dragoni, Intimità strappata.
Espone: particolari di opere su deserto ritoccate per l’occasione.
A cura di Roberta Micaletti.
Nel testo introduttivo Enrico Crispolti scrive:
“Inizialmente espressionista, alla fine degli anni Sessanta, Fathi Hassan, egiziano sudanese, di famiglia nubiana, ha trovato la propria prima identità agli inizi degli anni Ottanta, a Napoli, nei termini di un fitto insieme di segno-scrittura, diradato poi in più singolari evidenze di un segno corsivamente avvolto nelle sinuosità mutuate dalla scrittura araba.
È stato un suo originale modo di partecipare al "graffitismo", non rivolgendo la propria attenzione ai conclamati modelli nordamericani, quanto invece appunto ad un proprio patrimonio antropologico e culturale. Ha ordito dunque racconti di segni, il cui fascino era nel loro ordine di tessuto, ad un certo punto però, disequilibrato, interrotto, da qualche evento: o un insinuarvisi di segni più grandi, come ad un diverso livello di corpo di scrittura, o di frammenti di una scrittura maggiormente corsiva. L'esito era sempre, comunque, fortemente impressivo nell'unità complessiva dell'immagine così programmaticamente di scrittura, e al tempo stesso, intrigante nell'itinerario di una movenza di racconto accentuato dalla scrittura stessa.
"Io racconto per far stare le persone in compagnia", ha detto anni fa Hassan a Maurizio Vitiello che lo intervistava, "nel linguaggio nubiano si dice winsa, che significa: anche io in compagnia con loro. Tutti hanno certamente qualcosa da raccontare, la vita stessa è un racconto. Le favole fanno dormire i bambini, e chi non ha dimenticato l'infanzia, sa quant'è piacevole avere qualcuno che le racconti".
II racconto di Fathi evocava archetipi, elevava i nodi e le influenze di quella per noi almeno piuttosto arcana scrittura ad archetipi, la cui valenza mi sembra fosse di sottile interrogazione psicologica. Così fra 1983-1986 in particolare. Ma poi il suo segno si è come trasferito da una condizione di grande pagina a una situazione più propriamente di pittura: coinvolto infatti in un più complesso gioco di rapporti cromatici, e di avvertenze alla materia pittorica.
Al tempo stesso Hassan ha individuato archetipi non solo di scrittura, ma anche di immagini, pur essenzializzate, quasi ideografiche. II racconto si è dunque complicato, e a un tempo tuttavia anche semplificato: complicato nella varietà degli elementi iconico-formali concorrenti, semplificato giacché l'immagine complessiva risultava più essenziale, in certo modo più vividamente unitaria.
Da quest'esperienza più pittorica nasce nel 1987 il suo uso di semplici tele modellate, o traversate da cuciture, tutte bianche, ma le cui movenze di modellazione costruiscono una presenza di immagine simbolica. I riferimenti antropologici si fanno allora più insistenti, e al tempo stesso meno univoci (non soltanto infatti scrittori), negli accenni di immagini simboliche di forte presenza evocativa. Non v'è dubbio che l'immaginario di Hassan lavori in una dimensione di memoria che si attualizza nel simbolo. Memoria della propria infanzia, del deserto bianco. E l'evocazione vada dunque ad un livello in qualche modo di vissuto remoto, ma il cui patrimonio costituisce tuttora l'identità più vera della sua personalità ormai di praticante l'Europa.
Questa modellazione plastica di tele bianche, appuntate, cucite, o con interventi gessosi (come in quelle presenti in "Aperto 88", ora nella Biennale veneziana), assume una sorta di movenze quasi comportamentali, e credo vada in qualche modo collegata all'esperienza teatrale, di attore, che Hassan ha svolto con particolare impegno in questi ultimissimi anni. Si assiste insomma a una certa teatralizzazione del gesto plastico costruttivo dell'immagine nel suo contesto di materia.
Un'immagine dominata dal bianco (mentre nelle sue prime scritture prevaleva un rigoroso bianco e nero, poi dimesso a favore anche di interventi di colore nella fase di recupero di essenzialità d'immagine). Un bianco nettamente evocativo come totalità di campo, come universo, starei per dire, entro il quale collocare il proprio gesto, il proprio pronunciamento memoriale. Un bianco modellato, ove la luce nelle svariate incidenze, anima la superficie e la rende viva e palpabile, la arricchisce di una molteplicità di eventi rivelatori.
In fondo Hassan è dunque un lirico, immerso nei propri sogni, che spaziano dall'infanzia nella propria terra, e dalla memoria stessa della terra dei propri avi, ad un futuro che si immagina in realtà nella dimensione di un tempo non dinamico ma contemplativo, un infinito tempo (“auguri per sempre”; mi ha scritto una volta) dell'esserci. Rispetto al quale Fathi svolge la propria vocazione sinteticamente affabulatoria. Suggerisce valenze simboliche, il cui fondamento insiste sulla sfera immaginativa più elementare e basica dell'uomo. Dell'uomo che guarda ancora la luna, e medita sul proprio destino, ma appunto in un tempo le cui barriere di distanza ed irreversibilità, sono come annullate nella fantasia e nel sentimento, capaci di recuperare così appunto il senso pieno di un'indefinita attualità dell'esserci.”
Pesaro, aprile, per lo spettacolo “Rotte d’Immigrazione” al Teatro Rossini e poi al Teatro della Luna di Polverigi (AN) con la regia di Giorgio Di Tullio e diretto da Velia Papa, l’artista recita, realizza la scenografia e canta in egiziano un testo da lui scritto:
“I miei occhi guardano lontano, arrivano fino all’acqua oltre la distesa di sabbia che da sempre respiro e mentre il tempo si attarda un calore intorno accarezza il mio pensiero. Sorridi e ridi, rifugio di figli smarriti. Fisso lo sguardo su di te, deserto della mia pelle e viaggiando sul fiume torno primavera di millenni. Nonno non posso darti i miei anni”.
Pesaro, aprile, C & C galleria, Fathi Hassan.
Espone: disegni, pennarello su carta, 1987, cm. 25x20; Ritratto su Sacco a pelo, 1987, tecnica mista; Riposo degli eroi, 1987, acrilico su tela, cm. 150x60; La Rosa del Cairo, 1987, acrilico su tela, cm. 120x65.
La mostra é curata da Katia Migliori, scrive nel testo in catalogo:
“La "storia" della "pittura" di Hassan è soprattutto la storia di un "percorso": storia, pittura, percorso, non a caso, dunque, si allacciano, raccogliendosi in un unico punto, quale 'seducente' incontro.
Tre fili destinati così ad incrociarsi con la trama, quasi a formare un sottile tessuto, un velo finissimo, trasparente: qui, in questo luogo 'deputato' la storia si fa 'ricerca', la pittura un "ricamo" (richiamo) - "scrittura", il percorso un "attraversamento". Questi gli elementi ad offrire il criterio di lettura, la traccia di un 'pensiero disordinato’. (Così ama definire i suoi appunti notturni).
Tra le molte possibilità di avvicinarsi al 'bianco' delle sue tele, Hassan sceglie ancora il bianco o meglio il 'neutro', quale certezza di colore per un campo indefinito dove la linea diviene proprio 'lo avvenire del segno' - per ricordare una voce a lui cara, in origine comunione di 'terra' e di 'pensiero' - Jabès, per chiarire.
E' dall'ascolto del neutro, allora, - un colore 'fuori corpo' - che hanno origine le opere di Hassan. Per questo artista nato nella 'fascinosa' Nubia, vissuto nel 'misterioso' Egitto, che ha amato e che ama serbare in memoria i lunghi cammini ai 'bordi' della solitudine, l'esperienza del "deserto" è un'entità preziosa, fondamentale. Qui, in questo luogo di 'abbagliante assenza', neppure la sabbia può appartenergli: in tale "nudità", l'essere e il nulla si presentano al suo sguardo indistintamente, dentro una sola cifra, in una verità che si fa lettera, ed è il "Sin", o, 'doppia domanda dell'Essere' - così egli chiarisce, con esattezza, il segno, che si ripete sulle sue tele, nell'ossessione amata del silenzio.
Il suo 'percorso' inizia allora a farsi storia dentro un primo segno, il solo, forse, che, nei suo doppio, domanda e si domanda la vita, in infinita erranza. In questo luogo di esilio che nega qualsiasi luogo particolare, perchè già nel suo estremo particolare, Hassan compone il proprio 'lavoro', in una coscienza isolata, a distanza da ogni essere - distanza che è il "nulla". La pittura diviene in tale modo un 'ascolto' della vita nel 'timore' della vita, un sentimento del non-essere in cui l'essere stesso viene attratto.
Sola possibilità: ritrovare l'essere all'altra estremità del non-essere - e, se occorre, nel sacrificio di un 'nomadismo' senza tempo. Questo il 'percorso'. L'attraversamento. L'erranza. La nudità primitiva del suo linguaggio, della sua espressione, l'esigenza di rendere essenziale il proprio 'racconto', la capacità sottile, tutta interiore di scegliere il suo 'movimento' e offrirlo poi, con 'devozione' di immagini allo sguardo dell'altro, senza ermetici simbolismi. Per giungere così alla superficie, ad una 'impronta' tutta personale, alla traccia, al .segno afigurale - o, per quanto figure possano apparire, le stesse sono incomplete e lungo un unico cammino: essere attirate con fascinosa forza, quasi dentro una spirale, al "Sé", al "Mabdà", all'origine o principio di tutte le cose. Dapprima era il silenzio - ci racconta Hassan - e, il silenzio era l'"oblio". Ecco dunque la sua pittura lasciarsi leggere come 'respiro' che sente la cosa e vive nella 'ubbidienza" (Sama) di un ascolto perchè ha radici in una parola che si cancella ripetutamente, estranea alla evidenza di un sapere non 'segreto'. La sua tela ha il volto del neutro, ed è la sua parola, ed è la trasparente realtà, la sua luna, una 'Luna', che, con estrema audacia, si fa "scommessa" della vita e della morte, in una liberata libertà.
(La saggezza orientale sa bene che l'ordinario, oggettivo, oscuro pensiero metafisico della maggior parte degli occidentali, non ha "l ' oeil du coeur" - come Henri Corbin c'insegna - e, Fathi Hassan è in ciò, per noi, nel suo distacco misurato, e, nella sua vitalità nobilmente contenuta saggio e maestro.)”
Bologna, maggio-giugno, Galleria Neon, Emergenze (non c’è rosa senza spine).
Espone: Maratsad, 1987, scultura sacco e catene di ferro.
Tra gli altri artisti: M. Cattelan, M. Cittadini, M. Nobilini, A. Ronzini,
La mostra e´a cura di Gino Gianuizzi.
Durante l’inaugurazione di Emergenze incontra Maurizio Cattelan, con il quale inizia a viaggiare spesso in treno per tornare a Pesaro.
La partecipazione a quest’ultima mostra lo inserisce definitivamente nel mercato dell’arte.
Bologna, settembre, Galleria Neon, Sahara.
Espone: Le Attrezzature del Nomade, tecnica mista su carta, cm. 30x50; Maratsad, 1987, sacco e catena di ferro; Bagaglio del Nomade, 1987, sacco e corda; Il Gladiatore Moderno, 1987, tecnica mista su tela, cm. 60x50.
La mostra e´ a cura di Gino Gianuizzi e Valeria Medica.
1988
Roma, gennaio, Accademia d´Egitto, La Memoria del Nomade.
Espone: Attrezzature del Nomade, 1987, matita su carta, cm 30x40; La Nubia, 1988, sacchi su tela; Ecce Homo, 1987, tecnica mista su tela, cm 173x75; Il Passaggio, 1987, acrilico, spago e cartone su tela, cm 60x150.
La mostra é a cura di Enrico Crispolti.
Napoli, inverno. Durante la sua collaborazione con Falso Movimento, Hassan aveva conosciuto Farouk Hosny, allora direttore dell’Accademia d’Egitto poi Ministro della Cultura in Egitto, quest’ultimo seleziona, su richiesta del direttore della Biennale di Venezia, 14 artisti per rappresentare l’arte africana e chiede anche espressamente di includere Fathi Hassan. Alla fine, la scelta è ricaduta su Hassan.
Venezia, giugno-novembre, ex Magazzini del Sale, Aperto 88 XXIII Biennale di Venezia
Espone: Orfeo e la Fusta di Baghdad, 1983, inchiostro su tela, cm 151 x 274; Il Grande Nido, 1988, tecnica mista su tela, cm 190x150; Il Passo dell’Uomo Leggero, 1988, acrilico e cartone su tela con sacco di stoffa, cm 445x100x22.
Venezia. giugno. Fathi incontra, davanti al padiglione dove sono esposti i suoi lavori, il critico d’arte americano Dan Cameron , che gli confida: “eri in lotta con un altro artista e sono stato io a scegliere te”
Capua (CE), 2-24 luglio, Museo Campano, Capua Direzione sud-est.
Espone: Verso il Cielo, 1984, tecnica mista su tela, cm 40x50.
Tra gli altri artisti espongono: R. Barisani, F. De Filippi, L. Del Pezzo, G. Desiato, C. Di Ruggiero, B. Donzelli, L. Mainolfi, G. Maraniello, W. Tulli.
La mostra é curata da Massimo Bignardi.
Berlino, 18-28 agosto, Ufa-Fabrik, No Wall in Berlin
Espone: Maratsàd, 1987, sacco e catena di ferro.
Tra gli artisti: M. Cattelan, D. Ferrara, V. Medica, A. Roca.
Organizzata da Ufa-Fabrik, Nowall e Trans Europe Halles.
Roma, 4 ottobre-5 novembre, Accademia d’Egitto, Da e Verso il Cairo.
Espone: La Fuga, 1987, acrilico e spago su tela, cm 60x40.
Insieme a M. A. Moity e F. Abdel Hafiz.
A cura di Mustafa Abd El Moity.
Roma, 24 ottobre-12 novembre, Accademia d’Egitto, Confronto Indiscreto.
Espone: Ecce Homo, 1987, tecnica mista su tela, cm 173x75; Finestra con Luna Nera, 1988, acrilico e spago su tela, cm 175x175.
Insieme a L. Contestabile, M. De Luca, S. Dominelli, V. Fava, C. Marini, A. Neri, M. Pellizzola, P. Perrone.
La mostra é a cura di Enrico Crispolti, scrive nella presentazione:
“[...] Hassan, dopo avere lavorato per anni sull’arabesco di una scrittura macrosegnica per noi esotica ma a lui familiare, recentemente costruisce anch’egli situazioni oggettuali, o comunque d’oggettualità commista alla pittura, in un senso più esplicitamente evocativo, e in una ben definita intenzionalità poetica, mirando decisamente alla dimensione lirica della memoria individuale quanto collettiva (in suggestioni relative alle sue origini nubiane)”
1989
S. Severo (Fg), 28 maggio-28 giugno, Galleria Habitat, Duttità dello Spazio.
Espone: La Luna, 1980, pigmenti naturali su tela, cm 195x145.
Tra gli altri artisti sono presenti M. Accarrino, A. Buchberger, G. Di Capua, A. Pagano, R. Petti.
Massimo Bignardi, curatore della mostra, scrive in catalogo:
“[...] Fathi Hassan è un giovane artista egiziano di origine nubiana da anni stabilitosi in Italia ed è certamente tra le personalità emergenti del panorama artistico europeo, con forte carica immaginativa aderente ad un impianto narrativo: il racconto, il piacere di narrare ad altri sembra essere il tema centrale della sua ricerca, così come di rilevava ad esempio dall’opera esposta lo scorso anno alla Biennale di Venezia. Il segno si organizza come una tessitura, giocando sulla flessuosità degli andamenti concavi e convessi.[...]”
Riccione (RN), maggio-giugno, Galleria Franco Rosini, Transito.
Espone: Il Sahara non ama la tecnologia, 1989, tecnica mista su tela, cm 120x120; Omaggio a Joseph Beuys, 1989, tecnica mista su tela, cm 40x50; Il Sentiero del Pellegrino, 1989, tecnica mista su tela, cm 150x140; Mahrus, 1989, sabbia e pigmenti su tela, cm 30x40.
Presentazione di Ada Patrizio Fiorillo.
Il Cairo (Egitto), giugno-luglio, Ministero della Cultura, Salone dell’Arte Giovane.
Espone: Il Sacco, 1989, sacco di stoffa con catena di ferro, cm 130x44 circa.
Tra gli altri artisti T. El Komy, G. Abd Nasser, H. Nawar.
L’artista vince il premio per sezione pittura, in seguito al quale il Ministero della Cultura Egiziano gli conferisce un importante riconoscimento, permettendogli di proseguire il suo lavoro nell’Accademia d’Egitto a Roma per due anni.
Treia (ME), 1-16 luglio, Palazzo Comunale, La Seduzione del Reale.
Espone: Il Grande Nido, 1988, tecnica mista su tela, cm 190x150.
Tra gli altri artisti: D. Akmen, G. Collina, A. Elefante, S. Lovaglio, H. Silberstein.
La mostra è curata da Massimo Bignardi.
Il Cairo (Egitto), 16 ottobre-9 novembre, La Part du Sable, Fathi Hassan. Il Villaggio
Espone: L´Equilibre Réfugié, 1989, tecnica mista su tela, cm. 160x180; Regard sur l´Inconnu, 1989, tecnica mista su tela, cm 80x80; Mémoire 17, 1989, tecnica mista su telaio per finestre, cm 50x40; La Maison du Nomade, 1989, tecnica mista su tela, cm 160x180; Structure de l´Homme Délaissé, 1989, tecnica mista su cartone, cm 23,5x 16,5; L´Unité Duelle de deux Esprits Aimants, 1989, tecnica mista su legno, cm 28x 21,5.
La mostra é a cura di Chafik Chamass, scrive in catalogo:
“L'essentiel semble étre la règle pour Fathi Hassan. Une ligne courbe, sinueuse, un cadre noir ou un nceud sur une toile sont autant de signes dont la présence, tout comete le titre que 1'artiste donne à chacune de ses oeuvres constituent un récit. "Pour que les gens demeurent en compagnie !" explique le jeune Nubien de 32 ans qui n'a pas oublié la civilité de ses ancétres. Pour quills "communiquent" pourrait ajouter 1'artiste initié à la traversée de son désert intérieur à la recherche du pays promis.
A 22 ans, en provenance de Bagdad où, en qualité d'illustrateur, il avait travaillé au ministère irakien de 1'Information, il est admis à 1'Académie des Beaux-Arts de Naples. Etudier en Italie, son rive, se réalise. Mais c'est à une classe consàcrée à 1'espace théàtral qu'il s'inscrit. Au lieu d'apprendre la peinture! pensez-vous. Un double souci dicte son choix : le rejet des pressions inhérentes à tout enseignement académique et sur lesquelles ce dernier glisse inévitablement, d'une part, et, de 1'autre, le désir très ferme de préserver son patrimoine culturel.
Au fur et à mesure, le jeune artiste Nubien rencontre le dadaIsme, l'école du Bauhaus, le futurisme italien dont les maîtres étaient nés à Alexandrie. Il réfléchit face aux nouvelles vagues de 1'Art contestataire provenant des USA, du pop-art, -de fart conceptuel, du minimalisme, de fart pauvre. La quadrature de Marcel Duchamp 1'attire-t-elle un jour, à son tour et à l'instar du maître il transforme en objet d'art un objet d'usage commun dont le contenu émotionnel et sentimental 1'emporte, le sauve et le libère. Plus tard, il se laisse séduire par le dépouillement et l'ironie du néo-dadaisme. S'il cède à la tentation du combine painting et du conceptualisme, le public n'est pas ce qui le guide et, en cette dernière décennie, il résiste au retour de la peinture inspirée par le système consommateur. A moins que demain elle ne parvienne à lui inspirer une nouvelle ouverture vers le tridimensionnel de ses ancétres.
Ainsi sa réalité artistique et sa prise de conscience, pour progressives qu'elles soient, demeurent-elles autres. Il n'oublie ni les longues veillées, ni la tente, ni les contes et la morale qui animent ses rives, encore moins les matériaux très simples: une brindille, une branche de bambou, une corde, les éléments dont se nourrissait son imaginaire et dont émane sa force, sa vie.
Sa démarche s'inscrit clairement. S'il part à la recherche de nouveaux espaces, de nouvelles réalités, son dessin revient à la tente pyramidale et son dessin s'écrit en graffitis arabes. Successivement, au-delà de 1'histoire du passé, voire de son présent, sa dynamique 1'emporte. D'un expressionnisme que l'imagination va pousser au-delà de toute réalité, son dessin s'amenuise comme à la suite d'un long jeúne méditatif, se dépouille jusqu'à se réduire à un signe. Plein d'humour, souvent, mais sans dérision. Le trait explose quand mime il n'est pas encore affermi. Sans violence. Avec cette plénitude des hommes forts...
S'en dégage alors une distinction, 1'élégance d'une race altière dont les hommes se meuvent rapidement et que ne démontent ni les désordres extravagants ni 1'aventure. Une sérénité recouvre les angoisses et les inquiétudes mais elle n'est qu'apparente. Que les dessins de Fathi Hassan se colorent de roses flambants, de verts phosphorescents ou de jaunes de chrome, le trait finit toujours par y rejoindre 1'essentiel du noir ou du blanc. Sans patauger. Ses toiles irradient la lumière, une lumière demi-ton ou quart de ton qui, forcément, mène du noir au blanc. Le plus souvent de blanc vétues, elles laissent apercevoir, certains jours, la nudité du canevas. Le blanc y est à la fois matière et image, le blanc des sables, des confins et des dunes, un blanc de solitaire, aujourd'hui le blanc des plages qui, comme en une fusion cosmique, sertit l'émeraude de 1'Adriatique.
Cu, après Naples, Fathi Hassan s'est installé à Pesaro, non loin du doux itinéraire franciscain. Contemple-t-il la lune, le cercie plein cher aux penseurs soufis qui y voyaient le signe de 1'absolu, il en détache et les sentiments romantiques et les barrières : le tableau est dédié à sa mere et le nceud qui s'impose au centre semble étre ombilical. Quatre grandes toiles récemment achevées s'intitulent Le désert n'aime pas la technologie. Car rappelons-le, chacune de ces ceuvres porte un titre, raconte une histoire ou un rive. Pour anthropologique que cela puisse paraître, les frontières tant culturelles que géographiques y sont dépassées. On y respire un souffle international, purifié de toute pollution puisqu'il souffle du désert.
L'été dernier, au Caire, au Salon des Jeunes Artistes, Fathi Hassan a été primi. Cette consécration conferme les mérites d'un peintre dont les ceuvres sont déjà recherchées par plus d'un collectionneur, en Italie et ailleurs. Sélectionnées pour de nombreuses expositions collectives, dont la Biennale de Venise n'est pas la moins prestigieuse, elles font sans cesse l'objet d'expositions individuelles recueillant 1'appui de critiques éminents qui n'hésitent pas à le présenter. Or, quand on sait combien il est difficile d'attirer le regard, de le retenir plutót, on mesure mieux la valeur précoce de ce jeune artiste à la trajectoire originale, dont les élégantes compositions se distinguent. "Tout ce qui plaît a une raison de plaire ", écrivait Baudelaire.
Fathi Hassan est un coloriste à sa maniere et un artiste qui surprend. Dans son espace intérieur, ouvert, dépourvu de toute frontière, sa méditation a transcendé la ressemblance de la nature, à la recherche d'un monde sans restriction. Pas à pas, le nomadisme de son introspection, sans qu'il se laisse distraire ni de sa nature, ni de sa culture, 1'a mené à la fusion du spectateur et de l'objet contemplé, cetre non-séparation qui se fait signe et image et dont, plus que tout autre, l'art oriental a exploré les voies. D'ailleurs seul en cet Orient continue d'étre 1'essentiel!”
Napoli, 12-15 ottobre, Maschio Angioino, Fathi Hassan, Periplo intorno all’Africa.
Espone tra le altre opere: Orfeo e la fusta di Baghdad, 1983, inchiostro su tela, cm 151x274; Sharazade, 1983, acrilico su tela, cm 180x140; Luna nera su superficie bianca, 1987, acrilico e spago su tela, cm. 207x207; Ecce Homo, 1987, scultura di tela, cm 114x120.
Il Arcangelo Izzo, curatore della mostra, scrive nel testo introduttivo:
“ Nelle Impressions d'Afrique (1910) Raymond Roussel apre al romanzo un nuovo mondo, in cui avviene il "naufragio delle convezioni espressive europee". Dal relitto si generano nuove relazioni e si diffondono "impressioni" di uno straordinario e magico mondo, per cui la scoperta del Continente nero avviene come un aprirsi delle cateratte dell'inconscio.
Ma, al di là del simbolico, altre cecità e altri naufragi non impediscono alla riflessione globale di ricordare che l'Africa assume una posizione di primo piano per quanto riguarda la storia delle origini dell'umanità: essa appare non solo culla dell'umanità, ma anche punto d'arrivo dell'arte, e si colloca perciò all'avanguardia della cultura umana, quale "iniziatrice" di tipi di umanesimo sempre rinnovantisi nel tempo (Mveng).
Lo stesso Teilhard de Chardin, illustre asiatista, riconosce che: "bisogna collocarsi proprio in Africa per vedere come si è costituita, si è ingrandita, ha migrato ed è ritornata su se stessa, sino alla completa saturazione delle terre abitabili, la grande ondata dei popoli, delle tecniche e delle idee".
A sua volta Leo Frobenius sottolinea l'originalità dei popoli africani che "sono sereni, loquaci, felici di vivere e tuttavia inclini a manifestazioni psichiche stilisticamente severe e rigide", mentre hanno scritto e scrivono la storia delle loro "emozioni visive" attraverso le incisioni, i disegni, le pitture e le forme plastiche (Guernier).
Capaci di assimilare e di rivivere personalmente gli apporti stranieri gli artisti negro-africani hanno saputo travasare alcuni valori della cultura africana nella stessa Europa, dove essa è diventata più familiare grazie alle esperienze di artisti come Brancusi, Ricasso, Duchamp e Modigliani.
Oggi l'arte africana sta ritrovando se stessa per sopravvivere in formule nuove che si avvantaggiano anche degli apporti culturali di grandi accademie e di scuole di belle arti che fioriscono nella maggior parte dei loro centri. La nuova generazione di artisti africani. "intrisa di laboriosità silenziosa, di fraternità a tutti i livelli col mondo cosmico, con quello umano e quello sovrumano, lancia al mondo contemporaneo il suo autentico messaggio di pace", e si può realizzare il progetto di non "tradire le antiche tradizioni di umanesimo integrale, di non perder l'eredità trasmessale dagli antenati".
In questa direzione e in questo clima di riflessioni e di valori si inserisce la mostra di Fathi Hassan che, nato al Cairo il 1957, vive tra Pesaro e Napoli da diversi anni, dopo essersi diplomato all'Accademia della nostra città nel 1984.
Le qualità del "personaggio", Fathi Hassan, vanno tutte nella direzione di quell'Homo sapiens africanus per il quale la scienza dell'essere diventa sapienza della vita.
E se come nota Wittgenstein, il mondo e la vita sono tutt'uno, allora si può dire che le qualità della vita di Fathi Hassan sono anche qualità dell'opera. I suoi segni e i suoi disegni, la sua "scrittura" e le sue forme plastiche sono tracce di quel "quadro" il cui "spazio" racchiude tutte le cose che stanno nella mente, e nel quale il "senso dello "spazio" stesso è inteso come confine del corpo.
Così che, sin dall'inizio, la determinazione del suo segno e della sua scrittura è la variabile, non la tendenza alla "cifra" seriale, e il suo alfabeto è capacità di costruire linguaggi, con i quali ogni senso può esprimersi, senza sospettare come e che cosa ogni parola significhi: così come si parla senza sapere in quale modo i singoli suoni siano emessi.
La scrittura, cioè, prolifera attorno alla frattura natura/cultura e diventa sogno, occupato dall'illeggibile a cui e di cui parla. A sua volta la superficie, carta o tela che sia, e il volume (legno, canne, pietre, tasche piene di sabbia) diventano spazio e luogo in cui un lavoro sull'oggetto semantico ricevuto gli permette di comporre e trasmettere scene di dialoghi scambiati con le divinità, mentre l'immaginazione si scrive nella lingua di una terra rifiutata con tutto il repertorio di un esilio ritenuto fatale e di un esodo considerato impossibile (Vedi: Abuzeid El Helali Salama, 1984; Desiderio, 1986; Noi non piantiamo le spine, 1987; La Casa del Profeta, 1987; La Famiglia, 1983).
E che sia l'"invenzione" ad indicare il locus solus della scrittura spaziale, le rivelano opere come La fuga, Safir, e soprattutto il Percorso, Passaggio al Sole, L'uomo Moderno, Luna Nera su Superficie Bianca Isterica, Madonna con Bambino, Passaggio Mortale, AI Mustafa dove, non più celata nelle lettere, una ferita spezza il testo in più frammenti, tenuti insieme da una cucitura/risarcitura. Così si è parlato anche dei "racconti" di Fathi Hassan (Antara e Abla) e dell'altro modo di rappresentarli in forme scultoree. Ma bisogna aggiungere che le parole servono a Fathi Hassan come nuclei-immagini generatori di storie e che gli forniscono un dizionario a partire dal quale il racconto diventa l'arte di circostanziare la citazione di memoria.
La "memoria" rimanda alle figurazioni plastiche considerate ricettacolo della forza vitale e del potere sovrumano degli antenati e dei familiari e del gruppo: rinnova il culto del "Ka", ovvero del doppio, del corpo astrale (immagine visibile) e del corpo aereo (sostanza non fittizia) che agiscono invisibilmente ma realmente nel sogno, durante la notte, nell'ombra, durante il giorno.
All'ingresso di certi musei di etnografia si vedono forme totemiche, specie di alberi genealogici che rappresentano l'ascendenza reale e mitica di una famiglia e suggeriscono l'idea della parentela. "Parentela", non solo ideale simbolica, ma anche di relazione tra scultura e pittura, tra architettura e teatro, tra antropologia e geografia (Astro, spago e carbone su tela; Ecce Homo, scultura di tela; Il Nido, acrilico, canna e carta su tela). Queste coordinazioni "sono quasi le antenne degli elementi dell'immagine" con le quali essa tocca la realtà alla quale Fathi Hassan conduce con Il Passo dell'Uomo Leggero, che è uno degli ultimi lavori presentati alla Biennale di Venezia del 1988. I quattro pannelli di quest'opera con la scultura in stoffa laterale rimandano, in certo modo, alle orme poste intorno alle sculture presentate in questa mostra, ribadendo che l'immagine può raffigurare ogni realtà della quale ha la forma - quella spaziale, tutto lo spaziale: la cromatica, tutto il cromatico - e che nella realtà raffigurata, si esibisce una possibilità del sussistere e non sussistere di stati di cose e condizioni di fatti”
Roma, 28 gennaio- 3 febbraio, Palazzo Valentini, L’Artista che Non Esiste.
Espone: Maratsade, 1988, sacco e catena di ferro.
Tra gli artisti: A. Assaf, Jaber, L. Jochamowitz, M. Laplante, H.H. Lim, N. Takahara, Sheng Song, Wang Po Shu.
La mostra è a cura di M. Salerno Suarez.
1990
Urbino, febbraio, Centro Universitario di Urbino, Intimità Strappata.
Espone: Se vi dessi dieci volte la mia anima non vi basterebbe; Finestra di Ferro, 1989, materiali di recupero su finestra, cm 70x70; Il Sahara non ama la tecnologia, 1989, tecnica mista su tela, cm 120x120; Rapporto Formale, 1989, tecnica mista su tela, cm 80x80; Semplicità Trasparente, 1988, tecnica mista su tela, cm 120x120; Esibizione di Samira, 1988, cucitura su tela, cm 120x120; Il Passaggio, 1987, acrilico, spago e cartone su tela, cm 60x150; Armonia Profuga, 1988, tecnica mista su tela, cm 180x160; La Casa di Capelli (Shar), 1988, tecnica mista su tela, cm 180x160.
A cura di Kathia Migliori e Gastone Mosci.
Urbino. Febbraio. Morag McCarron, che sarà la sua compagna, in quegli anni si occupa di arte terapia e, colpita dai lavori di Hassan alla mostra Intimità Strappata, gli scrive una lettera per incontrarlo a Pesaro.
Brescia, 7 aprile-4 maggio, Galleria Multimedia, Se vi dessi la mia anima dieci volte non vi basterebbe.
Espone Il Tempio del Dolore, 1989, tecnica mista su ferro; Il Giardino di Ayup, 1990, installazione; La Dimora di Salomone, 1989, spago, acrilico e stoffa su tela, cm 100x 100; Ragionamento Trasversale di una Mente Abbandonata, 1990, acrilico su tela, cm 150x150; serie di I Santi, 1990, sabbia e pigmenti su tela, cm 20x25 ciascuno.
La mostra è a cura di Romana Loda
Pesaro, 20 maggio-10 giugno, Villa Ugolini, Prodotti Affannati.
Espone: L’Attrezzatura del Nomade, 1989, disegno su carta, cm 30x50; Il Passaggio, 1987, acrilico, spago e cartone su tela, cm 60x150; Il Rito dell’Allusione, 1988, tecnica mista su legno, cm 180x160; La Casa dei Capelli (Shar), 1988, canna, spago, tela su legno, cm 180x 160; L’Armonia Profuga, 1988, canna, carta, materiali vari su legno; Nonna Monira, 1989, tecnica mista su tela, cm 50x70; Mitologia Ordinata, 1990, tecnica mista su tela, cm 100x100; Ragionamento Trasversale di una Mente Abbandonata, 1990, acrilico su tela, cm 150x150.
In catalogo un testo di Enrico Crispolti.
Roma, 14-22 settembre, Villa Lazaroni, Incontro dei Popoli.
Espone: Il Percorso, 1989, tecnica mista su tela, cm 60x150.
Insieme con P. Ariaz, A. Assaf, H. Badawi, M. S. Etcheverry, M. Ines Fontenla, M. T. Guerrero, F. Jahangir, H. H. Lim, C. Perez, T. G. Soliman, M. Wojcik.
La mostra è a cura di Rosanna Ruscio.
Roma, ottobre, Accademia d’Egitto, XXXIII Giovani Artisti Egiziani.
Espone: Mémoire 17, 1989, tecnica mista su finestra, cm 50x40.
Tra gli altri artisti presenti: K. Hafez, T. A. E. Labad, G. A. Nasser, El Kumi.
La mostra è a cura di Moustafa H. Moity.
Il Cairo, 30 novembre-24 dicembre, Centre of Arts Aknaton, A Goal for Sigmund.
Espone: Italia ’90, 1990, tecnica mista su garza, cm 80x80.
Tra gli artisti: T. Maselli, F. Mulas, L. Ontani, R. Vespignani, T. Vossberg.
La mostra e´curata da Carmen Siniscalco.
Bologna, novembre-dicembre, Galleria d’Arte Moderna, Artefax, premio Guglielmo Marconi.
Espone: Attraversare, 1990, pennarello su carta, cm 29x21.
Tra gli altri artisti: V. Accame, Altamira, M. Arcangeli, G. Asdrubali, G. Baruchello, Tomaso Binga, I. Blank, A. C. Ciarli, C. Gajani, H. Golba, G. Griffa, Kubota, M. Lodola, L. Marcucci, L. Patella, Sarenco, I. Tirelli, F. Vaccai.
La mostra è a cura di Claudio Cerritelli.
Ancona, dicembre, Galleria del Falconiere, Tema e Variazione.
Espone: Scrittura 1 nero, 1990, acrilico su tela, cm 80x80; Scrittura 1 bianco, 1990, acrilico su tela, cm 80x80.
Tra gli altri artisti ci sono opere di G. Asdrubali, L. Bartonini, R. Boero, M. Mussio, H. Nagasawa, G. Schlinkert.
A cura di Alfio Vico e Laura Gelmini.
1991
Verona, 26 gennaio-15 febbraio, Galleria Prisma, I Segni dell´Assenza
Espone: Il Portatore di Pane, 1990, tecnica mista in cassa, cm 68x83x10; Prodotti Affannati, 1990, tecnica mista su tela, cm 30x40; Se Vi Dessi Dieci Volte la mia Anima Non Vi Basterebbe, 1990, sacco, cm 24x16; Il Gladiatore Moderno, 1990, tecnica mista su tela, cm 100x100; Senza Titolo, 1990, tecnica mista su tela, cm 50x40; Il Tempio del Dolore, 1989, quadrato di legno, cm 61x55.
La mostra e´ a cura di Luigi Meneghelli, nella presentazione scrive:
“In apparenza: frammenti di memoria, tracce di oggetti remoti, isole di sapere antropologico. In una parola: opere intese come simulacri evocatori di un vissuto magico, di una cultura radicata all'origine. Prelievi che non intendono ribaltare il senso delle cose ritrovate, ma che invece mirano a recuperare le cose come cose, i manufatti senza predicati qualificativi, le immagini senza surplus favolistici. Quasi flashes che cristallizzano nella loro luce ogni lontananza e ogni oggetto arcano. Eppure c'è un'opera intitolata Incastro condizionato che sembra suggerire come uno scarto rispetto a questa prospettiva nostalgica, una deviazione rispetto all'amorosa salvazione del perduto. Si tratta di una sorta di box cornelliano che accoglie nella sua intimità, come in un archivio o in un casellario personale, tutti i materiali (o meglio i segni) delle esplorazioni artistiche di Fathi Hassan: e tra i frammenti superstiti dell'esistere, tra i giochi combinatori degli oggetti, ecco il feticcio fotografico di un Duchamp collocato sul fondo dell'opera, come una figura che si é ritirata, che si è negata alla ribalta della scena.
E’ subito chiaro che non si tratta di una citazione o di un doveroso omaggio ad un artista che ha fatto della propria posizione laterale rispetto al mondo una regola etica ed estetica: la presenza aristocratica di Duchamp con i suoi gesti minimi, reticenti, ehe cercano di sottrarre l'oggetto alla maledizione del "voler dire" e del voler significare, e assunta da Fathi come un riferimento ineludibile. Spogliare le cose, metterle a nudo (un po' come la sposa di Duchamp svestita dai suoi celibi) diventa per lui allora un atto purificatore, un rinnovare lo sguardo che contempla la cosa, un mettere in campo una "seconda vista". Un cessar di vedere, per ri-vedere, un cessar di riconoscere per interrogare.
E "interrogare, ha scritto E. Jabes, poeta del deserto, e rifiutare il limite", e mettere alla prova il linguaggio, e dimenticare per sapere. E’ chiudere per aprire, e svuotare per riempire. E basterebbe osservare il bianco di certe pitture di Fathi per capire: spalancamenti di una voragine che attirano nel buio della loro origine, ma anche viaggi che risalgono dall'abisso per darsi come fatti iniziatici. Accecamenti e illuminazioni. Veli e svelamenti. Fathi pare proprio rompere gli schemi dell'atto creativo, introducendo la nozione di ambiguità o di spiazzamento di visione e di senso. Così, anche se la pittura simula sigilli geometrici, e quindi gangli, clausure, rigidità di linee e di materie, la materia sembra poi disigillarsi e mostrare letteralmente la corda, palesare "una continua perdita di sé nell'altro", esibire l'avventura della ferita, dell'esodo, dell'esilio. Corda, canapo, capestro: qualcosa che dovrebbe stringere, saldare, unire e che invece si fa segno di strappo, metafora di disgiunzione. Così è anche per la fotografia: fissazione di un attimo, di un volto, di un rito che sono stati, punctum eternizzante sulla carta la "nostalgia della patria", ma anche taglio, prelievo, interruzione dell'immagine, che l'artista però rilancia attraverso un linguaggio diverso, un intervento "rielaborativo" di tocchi, di stesure di pittura: quasi un volerci comunicare una scena insieme piena e vuota od ostentare una continua oscillazione tra apparenza e sparizione. Un oscillare che coinvolge anche altre valenze percettive, invariabilmente messe in scacco: ed e il caso di quelle sacche dei nomadi del deserto con le loro canne di bambu che suggeriscono un'idea di peso e di pienezza o una promessa di intimità e che invece sono disposte nello spazio per una contemplazione secca, per uno sguardo di superficie che si arresta al gioco sensuale di un volume misterioso e dei suoi rapporti con la parete bianca; e il caso della grata del Tempio del Dolore: un indicare profondità, interiorità spaziali e un risolvere invece tutto in una struttura bidimensionale, esteriore... Si capisce allora che la ricerca di Fathi è innanzitutto ricerca sul linguaggio, è sintattica prima che semantica, e segno senza la rete protettiva dei referenti. E un'artista che ha un che di copernicano, nel senso che affronta tutte le accidentalità che le varie tecniche le propongono: non ha un posto assegnato dalla tirannia degli astri o del ricordo e si caratterizza più che per il "restare" o "per il tornare" al luogo di partenza, per l'andare verso la rischiosa frontiera del non ancora conosciuto. Le figure della terra mitica si danno perciò come immagini di inquisizione, non più come immagini di una arcaicità da supermarket. Anche riconoscendo (o presentando) il relitto, Fathi pretende di conseguire la dimensione eroica della scoperta, dell'invenzione, dell'innovazione. Di raggiungere l'indicibile dell'opera o, per riprendere le parole del compaesano e amico Jabes, di arrivare al "vuoto del detto dove il detto si perde, dove noi stessi ci perdiamo".
Roma, 8-19 maggio, Sala 1, Arte X 1000.
Espone: Contenitore, 1991, olio e sabbia su tela, cm 30x20.
Tra gli altri artisti: P. Arndt, C. Beccaceci, A. De Notaris, P. Galante, A. Galla, D. Meiss, E. S. Park, M. Perez, S. Pupillo (vincitore), M. Ruiu (vincitore), A. Salvino, M. Samoré, A. Sandoval, B. Theis, S. Tundo, S. Uberti, D. Ventrone, T. T. Vignato.
Giuria composta da Paolo Balmas, Adriana Bucciano e Pino Casagrande.
A cura di Mary Angela Schroth.
Roma, 30 maggio-25 giugno, Accademia d’Egitto, Artisti Egiziani Contemporanei.
Espone: Senza Titolo, 1990, foto su ferro, cm 30 x 40.
Tra gli artisti presenti: I. Abdalla, F. Ahmed, E. Dawestashi, Z. Hassan, S. Hedaia, A. Nabil, R. Nemr,. F. Wahba, G. Serri, M. Shaker,
La mostra e´stata curata da Moustafa A. Moity.
Primavera. Si trasferisce a Fano, dove tuttora vive.
Fano (PS), 30 giugno-25 luglio, Galleria Una Arte, Al Rawi.
Espone: Senza titolo, 1990, tecnica mista su tela, cm 50x40; Domanda Indiscreta, 1991, pigmenti su tela, cm 100x100; L’Età dell’Apostolo, 1991, pigmenti su tela, cm 180x140; Una Pagina Spirituale, 1990, acrilico e pigmenti su tela, cm 180x140; Sahara 13, 1991, acrilico su tela, cm 100x100; Africa non Ama la Tecnologia (57), 1991, pigmenti e acrilico su tela, cm 180x140; Principio 33, 1992, acrilico su tela, cm 60x50; Profezia spirituale, 1991, pigmenti e acrilico su tela, cm 100x100; La storia di Hà, 1991, tecnica mista su tela, cm. 190x150; La Scrittura Incisa sul Mio Corpo, 1990, incisione su zinco, cm 60x50.
A cura di Gabriele Perretta.
Siracusa, 2-8 settembre, Anfiteatro Romano, Immaginario Mediterraneo.
Espone: Zona Desertica, 1990, tecnica mista su tela, cm 100x100.
Tra gli altri G. Bargoni, W. Fusi, S. Monari.
La mostra è a cura di Carmelo Strano.
Ferrara, 6 ottobre-10 novembre, Palazzo dei Diamanti, Akhnaton.
Espone: Primo Sguardo, 1991, tecnica mista su tela, cm 75x75; Il Portatore di Pane, 1991, scultura su cassa, cm 68x83x10.
Vi partecipa con M. Abdalla, M. Abd El Moity, F. Hosny, M. Kenawi, A. Nawar e M. Shafik.
La mostra è curata da Carmine Siniscalco.
Padova, 17-21 ottobre, Quartiere Fiera, Arte ’91.
Espone: La Legge Taha, 1991, acrilico su tela, cm 180x140.
Espone con la Galleria Quadrum.
Roma, ottobre-novembre, Sala 1, Hassan, Assaf, Kichou.
Espone: Un Racconto Nubiano, 1991, installazione.
Insieme a A. Assaf e A. Kichou.
La mostra è curata da Mary Angela Schroth.
Mostra organizzata in occasione dell’apertura della Moschea a Roma.
1992
Catania, 1-29 febbraio, Accademia delle Belle Arti, Mare Nostrum.
Espone: Taha, 1992, acrilico su tela, cm 190x150.
Tra gli altri artisti presenti A. H. Abbaci, S. Anel, E. Akyavas, T. Barakat, M. Cossiro, E. Marmaras.
La mostra è a cura di Carmelo Strano.
Fano, 7 febbraio. Teatro della Fortuna, Hassan realizza la scenografia per lo spettacolo teatrale Preparadise Sorry Now , con la regia di Fabrizio Bartolucci e Marco Florio, realizzato all’interno della rassegna Nuovi Orizzonti.
Ascoli Piceno, marzo - aprile, Centro Arte l’Idioma, Parole per Pittura
Espone: La tenda del deserto, 1992, installazione; Goccia d’acqua, 1992, installazione; La bandiera dell’Africa unita, 1984, acrilico su tela, cm 75x135; Voli sopra i pensieri, 1990, tecnica mista su tela, cm 150x150; Helal, 1985, acrilico su tela, cm 100x100.
In catalogo un testo di Vittoria Coen:
“ [...] Così in Fathi Hassan si legge un esempio di quell’atteggiamento che Bonito Oliva analizza quando sostiene che “l’artista sembra adottare uno schekeraggio dell’esistente, un’agitazione eclettica dei linguaggi preesistenti”: un raccontare mediante i segni e i colori una storia intrisa di riferimenti molto specifici, colti, eco di vicende dell’arte e delle contraddizioni politiche di mondi nuovi terribilmente carichi di passato.
La querelle di natura e artificio, di vecchio e nuovo, di ecologia e tecnologia, assume nei segni di Hassan così intensivi in tono molto forte. Non ci sono gli snervati richiami calligrafici ad esperienze consumate, non c’è ombra di snobismo e di ostentazione. Gli alfabeti, massimi fino alla comunicazione illusoria di un messaggio leggibile, o minimi fino alla polverizzazione di antiche indimenticate white writting, spaziano nella libertà che una certosina ostinata pazienza si è conquistata la tela. E’ evidente una profonda aspirazione di fedeltà, un radicamento raffinato che riesce a trasmettere, restando se stesso, un messaggio molto consapevole, una sintesi attiva non definitiva ma certamente perentoria. Il linguaggio artistico ha ancora questo potere.”
Pesaro, 21 maggio – 16 giugno, Galleria la Pergola, P.S. – 20 (40x50).
Espone: Viaggio nella pittura, 1992, acrilico su tela, cm 50x40.
Tra gli altri artisti espongono: G. Antinori, R. Barni, L. Bartolini, D. Benati, B. Benuzzi, S. Moral, W. Valentini.
Cagli (PS), 30 maggio- 19 giugno, Tana Libera Tutti, Africa Asciugati le Lacrime.
Espone come illustrazioni in catalogo: Voli sopra i Pensieri, 1989, tecnica mista su tela, cm 150x150; Noi non Piantiamo le Spine, 1991, acrilico su tela, cm 120x120; Sahara 13, 1991, tecnica mista su tela, cm 100x100; Africa non Ama la Tecnologia, 10, 1992, acrilico su tela, cm 180x140.
La mostra e´ a cura di Gabrile Perretta, nel testo in catalogo:
“[...] Fathi Hassan parte dal linguaggio dei giornali, dei mass-media e dei testi sacri dei suo paese, per poi definire le sue opere con un carattere rigidamente costruttivo. Egli pur sorprendendo la gente dei suo paese che non riesce a capire il senso delle frasi e dei discorso, affida al linguaggio un altro grosso requisito: il mandato dell'accostamento dissacratorio, senza cogliere uno stato di ansia o di precarietà, ma utilizzando della parola solo lo Stile, il carattere grafico. C'e da precisare che già nel lontano 1984 nelle tele di Hassan, era molto accentuata una certa ispirazione religiosa di tipo visionario-apocalittico: il leit motif dei quattro accenni costitutivi dell'universo: l'accenno alla scrittura, alla composizione, al mito ed al contesto sublimato dall’immaginario. Hassan continua il suo discorso, mescolando insieme come sua fonte di ispirazione, referenze della più svariata estrazione storica e culturale, senza farne un uso dissacratorio e senza mitizzarne le citazioni. Anzi al contrario, con lo sviluppo degli ultimi lavori, Hassan potrebbe essere anche molto sincero, non c'e alcuna forma di citazione. II suo lavoro dimostra di avere dei coraggio, quando aggiunge degli oggetti che noi in Occidente definiamo tranquillamente concettuali, come il sacco o il mazzo di fascine. Ma il messaggio ha un'altra provenienza. Anzi a differenza della nostra arte ha ancora una provenienza. Le sue opere insistono sul rapporto con le cose. Dove per cosa si intende, in senso stretto, un sistema. Quindi non un bisogno diretto di crearlo, di riconoscerlo. In senso più generale cosa intende riferire su tutto ciò che può essere sentito, pensato, affermato, negato o immaginato. Le immagini rifiutano cosi le rarefazioni, tutto e pervaso di una chiara luminosità che innalza la visione verso un'atmosfera di bianco inanimato. La polvere del deserto accoglie i segnali stradali dell'Occidente, come in una catartica ricerca verso la via d'uscita, dall'atmosfera opprimente, densa di oscurità, terrena, minacciosa, che accompagna il nostro futuro.“
Fano (AP), giugno-luglio, Il Cantinone, Omaggio a Jean-Michel Basquiat.
Espone: Voli sopra il pensiero, 1991, tecnica mista su tela, cm 150x150; L’attrezzatura del Nomade, 1991, tecnica mista su legno, cm 30x30; Ditta di Trasportoterzomondista, 1991, foto su tela, cm 50x40; I Dieci Uomini del Cairo, 1985, acrilico su tela, cm 150x140.
La mostra è a cura di Roberto Giammattei.
Termoli (CB), 27 giugno-31 agosto, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Ter – Dislocazioni dell’Arte.
Espone: Il Racconto Ignoto, 1990, acrilico su tela, cm 180x140.
Tra gli altri artisti G. Abramishvii, A. Di Fabio, P. Fonticoli, J. Galan, G. Kuitca, M. Laplante, S. Moral, A. Twombly.
La mostra è curata da Achille Bonito Oliva.
Fano. ottobre. Nasce il primo figlio, Joseph.
1993
Roma, 16-30 aprile, Galleria Immart, Mare Nostrum/3.
Espone: Preghiera verso il Sole, 1993, installazione con spago e garza.
Gli altri artisti presenti: F. Bechu, N. Contreras, B. Lopez, S. Moral, A. Parres, G. Spengler, D. Spoerri.
A cura di Lidia Reghini Pontremoli.
Roma, 7-28 maggio, Accademia di Romania e Accademia Repubblica Araba d’Egitto, “DIA+LOGOS”
Espone: Senza Titolo, 1986, tecnica mista su tela, cm 40x29; Lo Sguardo verso l’Ignoto, 1989, tecnica mista su tela, cm 80x80; Rapporto Formale, 1989, tecnica mista su tela, cm 80x80.
Tra gli altri artisti: G. Bellini, C. Bernardini, F. Brook, I Costel, D. Crosby, M. E B. Hubot, J. Tornquist.
La mostra è curata da Giorgi Segato.
Torino, maggio, Monumento S. Filippo Neri, Dioce, calligrafie.
Espone: Africa non ama la tecnologia, 57, 1992, pigmenti naturali su tela, cm 180x140.
Tra gli altri artisti: R. Barthes, A. Boetti, A. Galvano, G. Griffa, N. Mahdaoui, B. Munari, R. Opalka, A. Sanfilippo, G. Strazza, A. Sanfilippo, G. Strazza.
La mostra è a cura di Enzo Biffi Gentili.
Perugia, luglio-agosto, Rocca d’Umbertide, Presenze.
Espone: Senza titolo, 1991, acrilico su carta, cm 30x20; La Storia di Sàd, 1992, pigmenti su carta intelaiata, cm 40x30.
Tra gli altri artisti: K. Andersen, H. Chin, J. Haka, Y. Karasumaru, T. Kirchoff, D. Kosaris, R. Sesma, J. Sal.
La mostra è curata da Giorgio Bonomi, Emidio De Albentiis, Enrico Mascelloni.
Termoli (CB), luglio-settembre, Castello Svevo, Premio Termoli, Sintesi Antologica 1960/1992.
Espone: Senza titolo, 1992, acrilico su tela, cm 50 x 40.
Tra gli altri artisti: C. Accardi, F. Angeli, V. Bendini, P. Dorazio, T. Festa, P. Mandelli, G. Novelli, L. Ontani, A. Perilli, A. Sanfilippo, M. Schifano, G. Turcato.
Nel testo in catalogo:
“L´opera denota evidenti riferimenti alla cultura e all´alfabeto segnico arabo. In essa non c´é possibilitá di misurarsi con la cultura occidentale. Il sistema dell´arte, in crisi nelle sue storiche avanguardie, ha sconfinato oltre le frontiere dei singoli paesi, impedendo ogni centralità o punti di riferimento. Perciò l´opera, non riproduce nuove dinamiche concettuali, può diventare essa stessa semplice riproduzione di uno stereotipo”
Montedinove (AP), agosto, ex Monastero delle Clarisse, Percorsi di Memoria
Espone: Una Giornata in Oriente, 1993, tecnica mista su tela, cm 80 x 80.
Insieme a P. Baratella, S. Ciconte, F. De Filippi, B. Donzelli, T. Eusebi, G. Giuliani, A. Piccioni.
Laura Monaldi scrive in catalogo:
“[...] La cosapevolezza storica rivissuta nella memoria viene attivata da Fathi Hassan attraverso il processo aniconico, basato essenzialmente sulla stesura calligrafica dei fenomeni dell’alfabeto nubiano. Nella rielaborazione decorativa del segno si riflette magicamente il fascino intenso e suggestivo dell’antichissimo popolo africano e contemporaneamente si attua un recupero simbolico-evocativo dall’alto spessore culturale, che rivela la matrice universale dei valori più semplici e profondi dell’umanità.”
Trevi (PG), ottobre, Trevi Flash Art Museum, Trevi ex Vero.
Espone: Acrobazia di un Ritratto, 1993, acquarello su carta, cm 80x60.
L’opera è accompagnata dalla musica di Schcherazade di Nikolay Rimsky –Korsakov.
Tra gli altri artisti presenti B. Ceccobelli, S. Di Stasio, G. Grillo, M. Konstabi, M. Kunc, A. Paparatti, J. Ratner, T. Stefanoni.
La mostra è a cura di Francesca Pietracci.
Torino, ottobre-novembre, Museo dell’Automobile, Art is life.
Espone: La Natura Abita nella Vita e nella Mente, 1993, tecnica mista su tela, 33x26x34.
Tre gli altri artisti: D. Bianchi, S. Chia, E. Cucchi, P. Dorazio, A. Garutti, A. Katz, D. Moylan, Panamarenko, Ed Paschke, K. Scharf, R. Smith.
Progetto e ideazione di Vezio Tomasinelli.
Civitanove Marche (MC), 10 ottobre-28 novembre, Contemporanea Galleria d´Arte, Origini sommerse.
Espone: Vola sopra i pensieri, 1990, tecnica mista su tela, cm 150x150; Il Testimone, 1993, foto di una performance; L’uomo moderno, 1987, installazione video; Fuga, 1990, olio su tela, cm 30x25; Senza titolo, 1990, tecnica mista su tela, cm 50x40; La storia di Kha, 1993, pigmneti su tela, cm 75x75; Parcours, 1984, acrilico su tela cm 50x70; Africani, 1993, pastelli su carta, cm 24x17; Senza titolo, 1984, acquarello su carta, cm 18x15.
La mostra e´curata da Edoardo Di Mauro, scrive nella presentazione:
“Il panorama della giovane arte italiana dell'ultimo decennio per quanto posso io stesso testimoniare per diretta esperienza si è distinto, tra le altre cose, per una certa inclinazione alla metamorfosi. Una metamorfosi che in certi casi è stata naturale e positiva evoluzione, presa d'atto che il precedente stile mal s'addiceva alla vocazione dell'artista, altre volte invece deviazione opportunista, compiacenza ai dettami del mercato dell'arte, tale da agevolare rapide quanto effimere carriere. Il fondamentale punto di equilibrio tra esigenze mercantili e corretta divulgazione artistica è ottenibile solo tramite un efficace intervento pubblico. Quest'ultimo, negli ultimi anni, è stato viceversa quasi del tutto assente nei grossi centri, intenso, disordinato e disomogeneo nelle provincie. L'aver lasciato la situazione in mano ai privati, fatte salve sacche di "resistenza" spesso significative, ha condotto l'arte italiana verso una situazione di sfilacciamento estremo che si spera giunta ormai al classico punto di non ritorno, dopo il quale è instabile la risalita. Fortunatamente esistono artisti che, nel corso degli anni hanno saputo con coerenza evolvere una propria linea di ricerca resistendo, e non è stato facile, a lusinghe e pressioni esterne, e stanno vedendo, o sicuramente vedranno nel prossimo futuro, coronati i loro sforzi, in quanto l'arte conosce precisi ed immutabili regolamenti suoi, tali da neutralizzare le più cervellotiche macchinazioni. Un'artista di cui tutto si può dire salvo che il suo lavoro non sia improntato a dettami ispirativi rigorosi è certamente Fathi Hassan. Conosco il lavoro di Fathi da diversi anni, egli venne invitato ad una delle mie prime importanti rassegne, quella Nuove tendenze in Italia che itinerò per varie città italiane tra 1'85 e l'86 e suscitò all'epoca alcuni plausi ma, soprattutto, molta diffidenza. In quella mostra prendevo atto di un mutamento generazionale dell'arte italiana che, sebbene ancora acerbo, stava altresì prendendo forma e devo dire che le vicende successive mi diedero ragione in quanto una buona parte degli artisti allora invitati, per l'epoca inediti, hanno in seguito assunto un ruolo di primo piano. L'artista egiziano, da anni felicemente trapiantato in Italia, non ha certamente troncato i rapporti col suo paese di origine, assumendo viceversa un ruolo emblematico di "punto d'unione" tra due culture diverse in cui non mancano punti di affinità, un archetipo richiamo alle comuni origini mediterranee e la consapevolezza che, fin da oggi, bisognerà far appello più a quanto unisce che a quanto divide per armonizzare una convivenza che, anche storicamente, si rende inevitabile. La dimensione prediletta da Hassan è quella della tela anche se non sono mancati, nella sua carriera, installazioni a più forte valenza simbolico-concettuale. La tela, dicevo, perchè nelle sue composizioni col tramite agevolato del linguaggio dell'astrazione, che ha attraversato per intero la storia dell'arte del '900, si giunge ad un punto di ibridazione e di sintesi tra due culture, quella africana ancorata a valori primari e ad una forte spiritualità, e quella europea ed occidentale, almeno in apparenza pragmatica e dominata dalle fascinazioni tecnologiche e mediali. Solo in apparenza, però, in quanto la realtà è più complessa. Non a caso il padre dell'avanguardia artistica di questo secolo, Filippo Tommaso Marinetti, il cantore di una nuova estetica centrata sul prolunga mento delle facoltà sensoriali umane verso l'esterno, verso l'universo artificiale della macchina, nacque ad Alessandria d'Egitto, dove trascorse la prima gioventù, e la lezione spirituale che trasse dalle mitologie del mondo arabo costituì una componente importante della sua personalità, votata alla trascendenza, anche se calata appieno nelle contraddizioni e nel rapido divenire del mondo occidentale. Queste ed altre cose si rispecchiano nei lavori di Fathi Hassan. Essi sono centrati sui complessi grafismi dell'alfabeto nordafricano, che l'artista dispone con maestria su tela ottenendo un effetto decontestualizzante che ne accresce la valenza evocativa e poetica. La grafia può essere fitta o diradata, aprirsi ad improvvisi squarci e intromissioni esterne. Le opere dell'ultimo periodo appaiono improntate ad una maggiore sintesi, l'elemento pittografico è sempre più frammisto a simbolismi tipici della tradizione astratta occidentale, prossimo a raggiungere con incisiva gradualità quell'armonico "punto di sintesi" che è la chiave di lettura più appropriata della pittura di Fathi Hassan. L'estetica della tecnologia, sintetica e decorativa, appare simile, per inconscia elettività, alla raffinata, metodica scrittura propria del mondo arabo.”
Civitanove Marche, 10 ottobre in occasione dell’inaugurazione di Origini Sommerse, Hassan incontra Francesca Pietracci, critica d’arte che diviene una sua importante sostenitrice.
Fano, novembre. Francesca Pietracci e il compagno Giorgio Cirioni visitano lo studio di Hassan. In questa occasione, l’artista regala a Cirioni l’opera Cosmo Sacro (cm 190x180).
Roma, dicembre. Francesca Pietracci presenta a Hassan il gallerista Pio Monti, che diventa un amico e sostenitore, e che gli permette di ritagliarsi un piccolo mercato di arte. In quegli anni Hassan realizza solo lavori con la scrittura e Pio Monti gli consiglia di dare una forma più referenziale ai suoi lavori.
Trevi (PG), dicembre, Trevi Flash Art Museum, Palazzo Ubaldi, Arca di Noé.
Espone: Elefante Elegante, 1993, olio su tela, cm 100x100.
Tra gli altri artisti: J. Beuys, P. P. Cannella, M. Cattelan, B. Ceccobelli, F. Clemente, E. Cucchi, T. Festa, P. Gilardi, G. Grillo, M. Kostabi, F. Levini, A. Loch, C. M. Mariani, M. Merz, M. Pistoletto, M. Rotella, G. Turcato, A. Twombly, B. Vautier, A. Warhol.
La mostra è stata realizzata su progetto di Per Mari e Monti.
In catalogo testo di Francesca Pietracci:
“L’artista nubiano racconta le sue origini attraverso un cifrario illegibile di lettere arabo-egizie, un alfabeto che ha ormai perso la sua consistenza semantica per dare libero accesso ad un altro livello di rappresentazione. Il sapore dell’Oriente viene fortemente ingabbiato in una griglia compositiva basata sulla dilatazione e sulla contrazione dei simboli. I suoi lavori danno l’impressione di una grande dinamicità, di un flusso simile a quello delle potenzialità timbriche del linguaggio verbale. La sua non-scrittura rappresenta tutto ciò che oltrepassa il valore grammaticale e sintattico della parola: i ricordi cancellati dell’infanzia, le voci, la sabbia del deserto. Tutti i procedimenti prelogici e creativi riemergono, il valore del segno-simbolo riacquista la sua immediatezza e con esso si riafferma anche il valore astratto e concettuale di questo lavoro. E’ come se ogni “segnale” riuscisse a tornare ad un punto di partenza, alla soglia della trasformazione convenzionale.”
Fano, 12 dicembre-9 gennaio 1994, Galleria Astuni, Candida, o la pittura.
Espone: Una Stagione Invernale, 1993, cera su tela, cm 30x30.
Tra gli altri artisti: G. Antinori, M. Bottarelli, T. Cascella, B. Ceccobelli, O. Galliani, P. Gilardi, G. Montorsi.
La mostra è a cura di Walter Guadagnini.
Torino, 9 dicembre – 31 gennaio 1994, Free Art, Traccia dal Nilo.
Espone: Profezia Spirituale, 1992, tecnica mista su tela, cm 100x100; La Bandiera dell’Africa Unita, 1984, acrilico su tela, cm 135x75; Sahara, 1987, acrilico su tela, cm 100x100.
La mostra è a cura di Alina Botturi.
1994
Roma, marzo-aprile, Il Polittico, Misure Uniche per una Collezione.
Espone: Mansura, 1993, tecnica mista, cm 40x30.
Tra gli altri artisti A. Abate, A. Bazan, H. Chin, S. Di Stasio, E. Esposito, J. Haka, T. Lisanti, M. Lodola, E. Marcheggiani, U. Nilsen, D. Papaia, Salvo,
La mostra è curata da Caggiano Massimo.
Solaro (MI), 16 aprile- 15 maggio, Villa Borromeo, Percorrenze della Pittura.
Espone: Memoria Sahariana, 1993, acrilico e pigmenti su tela, cm 100x90.
Insieme a F. Cecchetto, T. De Palma, S. Lovaglio, F. Marrocco, G. Smeraldi.
Testo in catalogo di Massimo Bignardi:
“[...]Il segno scrittura è da anni presente nella pittura di Fathi Hassan: un segno nero che organizza un trama di percorsi narrativi, seguendo uno svolgimento espressivo, dettato dalla grandezza delle lettere di un codice, quello della scrittura araba, in sé già ricco di figurazioni, di “profili” analogici. E’ il racconto di storie fatte emergere dal ricco immaginario delle leggende nubiane, della sua terra d’origine: sono brani narrativi che s’impreziosiscono di ritmi, di pause cadenzate dal rapporto tra il fondo, strutturato dalla piana campitura del colore (giallo oro, rosso porpora, blu elettrico) e il segno-scrittura di primo piano. Ne deriva un impianto pittorico aperto a più registri, innanzitutto a quello decorativo, sull’esempio di quella pittura-scrittura molto presente nell’architettura islamica: un segno decorativo ben evidente nelle opere precedenti, in particolare nei lavori di dichiarata matrice oggettuale, realizzati sul finire degli anni Ottanta. Guardo soprattutto alle opere esposte alla Biennale di Venezia del 1988, ove gli oggetti assumono, rispetto al fondo della tela, di stoffa bianca, il carattere di cifra, di ideogramma. Con le opere recenti Hassan ha azzeccato ogni presenza “plastica”: l’immagine torna ad essere tracciato illusorio, articolazione di uno spazio mentale, di un tempo dell’immaginario.[...]”
Il Cairo, maggio-giugno, Galleria Mashrabia, Conflitto Sahariano.
Espone: Piccolo Angelo, 1992, tecnica mista su tela, cm 40x30; Aquila, 1992, tecnica mista su tela, cm 40x30; Transizione, 1992, tecnica mista su tela, cm 40x30; Coccodrillo del Nilo, 1992, tecnica mista su tela, cm 30x20; Kabil e Habil, 1993, tecnica mista su tela, cm 25x20; Tu Sei Perfetto, 1993, tecnica mista su tela, cm 40x30.
La mostra è a cura di Stefania Angarano.
Roma, 16 giugno-1 luglio, Roma & Arte, Sognare un Sogno.
Espone: Contenitore di Sogni, 1994, pigmenti naturali e cera su tela, cm 70x80.
Insieme a C. Asquini, D. Cusani, F. Di Sambuy, A. Fogli, S. Mirri, F. Rasma, A. W. Renda, M. Ruiu, A. Tranquilli.
La mostra e´ a cura di Paolo Balmas, da un´idea di Giuseppe Manigrasso.
Spoleto, 26 giugno-24 luglio, Palazzo Dragoni, Arte con vista.
Espone: Contenitore di memoria, 1994, acrilico e sabbia del deserto su tela, cm 100x100.
Tra gli artisti presenti C. Verna, F. Monaco, A. Renda, H.H. Lim, F. Levini, S. Scheda, V. Pisani, S. Cardinali, B. Ceccobelli, A. Boetti, A. Twombly, Salvo.
La mostra e´ a cura di Teresa Luccioni.
Il Cairo, luglio. Hassan va, come ogni anno, a fare visita ai parenti. In Egitto l’artista trova come sempre ispirazione, e memore del consiglio Pio Monti inizia a dipingere vasi, contenitori, bianchi inizialmente e con il tempo “riempiti” con scritte.
Trevi (PG), luglio-agosto, Trevi Flash Art Museum, Palazzo Lucarini, Ritratto Autoritratto.
Espone: Fathi Hassan Jean Michael Basquiat, 1994, tecnica mista su tela, cm. 80x80.
Tra gli altri artisti ci sono opere di: C. Abate, K. Andersen, G. Baselitz, J. Beuys, M. Ceroli, S. Chia, G. Cerone, T. Festa, H.H. Lim, Notargiacomo, L. Patella, M. Pistoletto, M. Paladino, V. Pisani, S. Scheda.
La mostra è a cura di Francesca Monti.
Monteprandone Approdi (AP), agosto, Sacro e Profano.
Espone: Contenitore di Memoria, 1994, olio su tela, cm 94x81.
Insieme a A. Boldrini, A. Duclos, G. M. Montesanto, M. Ocampo, A. Paparatti e J. Watson.
A cura di Francesca Pietracci.
La curatrice scrive nella presentazione:
“Fathi Hassan (Egitto-Nubia) fa ruotare i suoi dipinti intorno a una grammatica di segni di origine egizio-nubiana. I suoi sono simboli impossibili da decifrare, ma che contengono il sapore del deserto, della religione tramandata oralmente che sempre, in Nubia, si mescola alla favola e al mito delle origini. I suoi vasi, contenitori di sacralitá, racchiudono a stento le immagini polverizzate del deserto, la sabbia testimone dello sgretolamento delle civiltá”
Roma, ottobre. Annina Nosei vede nel salone di Francesca Pietracci il Cosmo Sacro di Hassan e decide d’inserilo in una mostra collettiva nella sua galleria di Roma, In Trance, per poi dedicargli una mostra personale nella sua galleria di New York l’anno successivo.
Fano, 6-16 novembre, Galleria Una Arte, Non sono Marcel Duchamp, sono Tutanchamon.
Espone: Anima in progresso, 1992, sabbia del deserto su tela, cm 240x130; San Ayub e Santa Elham, 1991, acrilico su tela, cm 33x57 ognuno; L’arcipelago Elisa, 1981, acrilico su cartone, cm 200x210; La stanza magica di Gazar, 1985, pigmenti su tela, cm 240 x240; Il Passaggio, 1987, acrilico spago e cartone su tela, cm 60x150.
La mostra e´ curata da Francesca Pietracci.
Roma, novembre-dicembre , Galleria Annina Nosei, In Trance.
Espone: Crescita Silenziosa, 1994, tecnica mista su tela, cm 35,5x25.
Insieme a U. Bartolini, A. Boldrini, D. Cudini, F. Di Sambuy, A. Fogli, J. Galan, W. Gasperoni, A. L. Hooker, S. Mirri, A. Paparatti, D. Passi, S. Scheda, Vettor Pisani.
La mostra è realizzata su progetto di Francesca Pietracci.
1995
Terni, 14 gennaio-15 marzo, Ronchini Arte Contemporanea, Hassan (Contenitori di Memoria).
Espone: Contenitore di Memoria, 1994, acrilico e sabbia del deserto su tela, cm 120x100; Foglia Legata dal Tempo, 1994, sabbia e acrilico su tela, cm 200x200; sei lavori Safir in Paradiso, 1994, tecnica mista su tela, cm 40x30 ciascuno; Contenitore di Sogni, 1994, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Essere, 1994, tecnica mista su tela, cm 180x140; Scrittura, 1992, acrilico su tela, cm 180x140 ciascuno.
In catalogo testi di Francesca Pietracci e Gabriele Perretta.
New York, febbraio, Annina Nosei Gallery, Fathi Hassan “Containers of Dreams”
Espone: Contenitore di memoria, 1993, sabbia su tela, cm 100x100 ciascuno; Contenitore dei Sogni, 1994, tecnica mista su tela, cm 100x100 ciascuno; Contenitore dell’Essere, 1994, tecnica mista, cm 100x100; Contenitore dell’Anima, 1994, cm 100x100 ciascuno; Cosmo Sacro, 1994, tecnica mista, cm 190x150; Contenitore Strappato, 1992, tecnica mista, cm 180x140; Occhio, 1994, sabbia su tela, cm 188x143.
Nel testo in catalogo Morag McCarron scrive:
“One day, as a boy, he discovered longing. It was when his feet in opensandles were brushed with soft flushes from the surrounding desert. It was the wind delivering her ware of stolen sand to the crowded streets of Cairo. Across his mind lay instantly a stretch of Sahara, warmed from within by a white gold flame. As far as his eye could see there was no human form, just a series of footprints which he suspected were his own, resounding over the emptiness as if a velvet voice had fallen from heaven. Home was a tall city block, dusty on the outside, dusted on the inside, within which one could catch the words and songs of women and children. His mother, young and beautiful, had the grace of all Egypt in her eyes. In her, the ancient desire of pharaohs to rule over upper and lower Egypt was fulfilled. Her family came from the Southern Lands that border with Sudan known as Nubia, a rim of gold around the Nile. "Mother", he asked, as he came in from his meanderings, "What is longing? Have you felt it? Where does it come from?" And his mother replied that for her longing was the memory of something she loved very dearly and that she loved nothing more dearly than her mother's house in distant Nubia where the river and desert met. Then she spoke of the white sun-baked walls and the pictures the women drew on them and of their talking, talking, talking so as not to forget the past. All of this, she said was longing.Years pass. The young boy grows. His hands are what strike you most. They appear gazelles, elegant, yet impetuous, as if they had a will of their own. Another longing rises up in him. He was a keen scholar. He read and wrote. Across his mind fell another image, one that was entirely fashioned by his imagination and had no contours that the eye could grasp; the future. And it was as if his gazelle hands already knew their destiny for they led him, pen, ink, colours, forms over many miles of paper and canvas and even over the sea far from his native Egypt. In this way, his destiny was sealed for there was no joy nor truth greater than this, he knew. Europe and the Western Democracies. The contradictions of Egypt.
Africa and the fragile heart of man. He lived precariously on the border of each and from this nonetheless privileged nomad position, tried to mould into one spirit the manifold spirits within him. That was his task, as it is today, still with the help of his gazelle hands that know better than anyone of all that which is stored within the collective memory of human-kind. It seemed to him that he had to write a story in memory of his mother and Nubia. But he was impatient, so impatient that he wanted the images already there, he wanted the words to glint in their true colours. He wanted the word desert to be a white space and all of the letters of his alphabet he wanted them as noble and living characters, for in reality, they were human voices. In the cold of European winters he thought nothing more moving than to listen to some Egyptian song and to create images around him which spoke of the sun. In Fathi Hassan's work, tradition and experimentation meet and the result is fertile ground indeed. Broadly speaking, we may distinguish three distinct cultural sources in his work which, fused together, produce his individual style, a style which would be extremely difficult to imitate because it is animated and orchestrated by this highly personal cocktail of cultures. First and foremost, we may speak of the Nubian influence, that which we may call the "heart" of the matter for it is this the emotional centre of Fathi's artistic expression. Of Nubia we find the simplicity, the absolute acceptance of the image produced. There is an innate harmony and a refreshing sense of unclutteredness; each symbol is a giant unto itself and is given air and space to breathe. Secondly, the influence of Egypt, and of the great metropolis Cairo in which he grew up. Here we have powerful Arabic script in all its elegance and fluidity. His paintings remind us of the sacred origin attributed to writing by many of the world's civilizations, a gift of God no less, and of the antique root of letter as picture. Last but not least, Europe, his adopted home, is also present in his work. Of Europe what can we find? The soul-searching and the self-consciousness no doubt. The experimentation. The absorption into his own psyche of the dynamics of modem art, the intellectualism inherent in Conceptual Art, all of this, yes, and yet, none of it dominates, he is still his own master. Lastly, the openness to change and diversity which is the idealistic root of western culture and which is the future of humanity itself. This exhibition is the result of many years of artistic research which has fluctuated between two main themes: the silence of the desert and the tales of oral tradition, one that is mute and one that rings with words and voices. The few shapes, which are also universal symbols, used by Fathi, seem to have been sculpted out of an infinite space.The dominant symbol is the vase, a pictorial metaphor for the human body and for the spirit within. They are indeed containers of human memory upon whose surface we may read that which is contained within: a fragile tale written in sand. Some contain the wind, others secrets, some heat and some dreams. Their beauty is devastating, enthralling. We realise that the "surface" of the vase is in reality the inside, it is both external and internal, a perfect unison of body and spirit. Silence and the human voice meet and the result is spiritually uplifting: what we have before us is really the softest of hymns.”
Trevi (Pg), aprile-maggio, Trevi Flash Art Museum, Cose dell’Altro Mondo.
Espone: Il Teatro dell’Angelo, 1995, scultura con fondali di tela.
Tra gli altri artisti C. Accardi, G. Albanese, G. Alviani, S. Arienti, J. Beuys, A. Boetti, E. Castellani, W. Delvoye, T. Festa, P. Gilardi, Gilbert &George, J. Kosuth, J. Kounellis, F. Levini, H.H. Lim, L. Ontani, D. Oppenheim, M. Rotella, Salvo e Ben Vautier.
La mostra è a cura di Laura Cherubini.
Capua (CE), 3 giugno, Palazzo Fazio, Calligrafie.
Espone: Contenitore Magico, 1995, olio su tela, cm 80x50.
Tra gli altri artisti: C. Alfano, K. Burkart, U. Carrega, G. Chiari, B. Donzelli, E. Isgrò, L. Marcucci, R. Opalka, M. Schifano, E. Tatafiore, Cy Twombly, B. Vautier e J. Kounellis.
Testi in catalogo di Flaminio Guardoni e Nino Leone
La mostra viene trasferita a Firenze, presso Spaziotempo, 30 settembre; Milano, Livingart, 9 novembre.
Castel di Tusa (ME), 23-24-25 giugno, La Città Ideale.
Attua una performance, realizzando un dipinto nella strada di Tusa.
Tra gli altri artisti: T. Eshetu, E. Frolet, C. Gavronsky, Olu Oguibe, S. Stucky, R. Shakinovsky, G. Zogo.
Mostra organizzata da Antonio Cresti e Mary Angela Schroth.
Milo (CT), 30 luglio-agosto, Palazzo comunale, Terra Nera.
Espone: Santa Famiglia degli Animali, 1990, foto con cornice di ferro, cm 40x30
Tra gli altri artisti A. Abate, C. Accardi, P. Dorazio, T. Ferro, O. Galliani, O. Hiefer, E. Isgro´, F. Mauri, P. Mottola, L. Patella, A. Perilli, G. Pompili, A. Renda, M. Sasso, S. Scheda.
La mostra prosegue a Fornazzo, Centro Studi Village, settembre.
Fermo (AP), agosto-settembre, Ex Falegnameria Brestoli, Periferie.
Espone: Contenitore di Racconti, 1993, tecnica mista su tela ,cm 190x150.
Vi partecipa con G. Ercoli, R. Falicaldi, D. Gonzales, Z. Karasumaru, A. Ruggieri, L. Trape´.
In catalogo presentazione di Francesca Pietracci.
Sarno (Sa), settembre-novembre, Galleria comunale d’Arte Contemporanea, Palazzo Sisto, Un Segno per Sarno.
Espone: Senza Titolo, 1992, pastelli su carta, cm 29x21.
Tra gli altri artisti: C. Accardi, R. Barisani, C. Bonomi, A. Casciello, E. Frolet, G. Gallo, A. Izzo, M. Lodola, B. Munari, G. Notargiacomo, A. Pace, L. Pagano.
A cura di Enrico Crispolti e Fulco Pratesi.
Roma, ottobre, Galleria Monti Romae, Fvror Popoli, Forvm Popoli.
Espone: Dopo Tante Strade, 1995, acrilico e sabbia su tela, cm 70x50.
Tra gli altri artisti G. Alviani, E. De Leonibus, N. De Maria, J Isaac, M. Kunc, T. Lisanti, L. Ontani, Vettor Pisani, A. Riello, G. Salvatori.
In catalogo un testo di Lina Wertmuller.
1996
Roma, 20 gennaio-28 febbraio, Sala 1, Africana.
Espone: Apparizione, 1995, smalto su tela, cm 40x30.
Tra gli artisti: El Anatsui, T. Eshetu, A. Kichou, B. Lopes, G. Zogo.
A cura di Mary Angela Schroth e Francesca Capriccioli.
Il Cairo (Egitto), 20 gennaio-20 febbraio, Mashrabia, Gallery for Contemporary Art, Chair Meetings.
Espone: La Sedia è Memoria, 1996, tecnica mista su carta, cm 37,5x50.
Tra gli artisti: M. Abla, S. Avedissian E. Dawstashi, O. El Fayoumy, Y. Grab, V. Telpian, E. Marouf.
La mostra è a cura di Stefania Angrano.
Ascoli Piceno, 17- 29 febbraio, l’Idioma, Il Bianco il Nero
Espone: L’Acrobata, 1995, smalto e grafite su carta, cm 24x33; Bambino africano con coniglio, 1995, smalto e penna biro su carta, cm 24x33.
Vi partecipa con R. Berardi, L. Catalino, C. Cecchi, T. Eusebi, F. Guffanti, M. Palloni, A. Piccioni, R. Roberti, N. Servizzi e M. G. Torri.
La mostra e´ a cura di Laura Monaldi e Isabella Monti.
Capua (CE), 24 febbraio-15 marzo, Art Now, Contenitore del Desiderio.
Espone: Senza titolo, 1986, tecnica mista su cartoncino, cm. 25x17,5; Senza titolo, 1986, tecnica mista su cartoncino, cm. 25x17,5 e altre.
La mostra e´ curata da Luigi Meneghelli, nella presentazione scrive:
“In apparenza una scrittura che si capovolge in immagine, che erra oltre se stessa e il proprio senso per aprirsi alla nudità del segno: tutto un sistema di lettere, punteggiature che non sembrano più marchi di voce, ma declinazioni magiche di uno stato sorgivo di forma. Detto così il lavoro dell'artista di origine egiziana Fathi Hassan potrebbe riportare alle cifrature kleiane e al loro porsi all'origine della creazione o alle linee capricciose e interroganti di Masson, alle tracce d'inchiostro avviate ad un infinito sparpagliamento di Michaux: o ancora, ai cataloghi di scritture sedimentate nella materia di Novelli, alle parole graffiate nel colore di Twombly... Tutti nomi che però qui non tengono, perchè in essi il tratto rinvia sempre a una forza, a una direzione, facendosi impulso interno, energetico (una sorta di azione in opera nell'opera), mentre in Hassan tutte le volute e i segmenti grafici mantengono le vestigia (seppure celate) di un'antica nominazione, sono i frammenti di un tacito sapere.
E allora non si dà più un autentico passaggio di codice (la trasmutazione della lettera in puro "effetto decorativo"), ma piuttosto una sovrapposizione di codici, un testo-tessuto, dove i segni acquistano un proprio essere, senza cessare di essere i segni di qualcosa. E in tutto questo certamente pesa quell'aspetto ascetico e spirituale della calligrafia araba che Hassan impiega: dove il termine spirituale è da intendersi nel senso di spirito o di pneuma: nell'accezione, cioè, di un soffio che sembra letteralmente investire, scomporre, scompigliare i vari tratti, allungandoli, rigirandoli su se stessi, spargendone i pezzi, come una manciata di schegge.
Scrittura dunque mobile, fluente, viva perchè registra in sè il lungo canto del vento desertico, ma viva anche perchè si fa ricettacolo di chiamate infinitamente silenziose, soffocate, trascrizione di voci mute (gutturali), calligrafia che dà corpo al respiro, al suono del non suono, e che forse anche per questo procede per pause, per cesure, quasi lasciando simbolicamente spazio (come ha suggerito in una poeticissima immagine J. Derrida) al poco di vocalità, di melodia, che pulsa nella parlata delle tribù nubiane.
E' come essere davanti ad un tesoro di segni che custodiscono non il senso del dire ma la sua "fisiologia", non l'intelligenza del discorso, ma la visualizzazione del suo procedere. E' questione di calare nella materia e di rendere tangibile lo sviluppo del pensiero: una sorta di operazione alchemica, che si rivela solo all'iniziato, a colui che vuole apprendere, rompendo con il definito, l'identificabile, per accedere alla tradizione profonda dell'esoteria (a un cammino in fieri della visione, a un'immagine che si mostra nel suo prodursi): non perciò a una pittura-testo, ma a una pittura evento, a una pittura che va vista e non letta e in cui il vedere è sempre soprattutto un desiderare.
In quest'ottica le stesse figure o gli stessi riferimenti a contenitori, a vasi, a otri, a foglie non devono essere osservati alla stregua di pagine in cui viene sigillato il codice della scrittura, ma come uteri, matrici, sfere primarie, dove la parola si trasforma in corpo, in oggetto, in objet-text: luoghi in cui cresce la materialità del verbo, fino a definirsi in cosa tout court, come si evidenzia in alcuni segni ingranditi, che assumono precise sembianze iconiche: veri disegni che simboleggiano i moti di vita degli esseri in terra d'Africa, alla maniera in cui le prime impronte dell'uomo primitivo erano accertamenti del suo esistere, concrete dimostrazioni del suo esserci. Ma anche quando si tratta solo di battiti, di punteggiature, di lavori di polverizzazione linguistica, i contenitori si offrono come i vani segreti di una ipotetica semina, di una fecondazione aperta, dove la pittura sta prima di ogni grammatica e di ogni sintassi per suggerire l'emozione arcaica di ciò che si pone come inizio, germe, radice del linguaggio stesso.
Hassan ha inoltre spostato sempre più la sua pittura verso i limiti estremi della visibilità: l'ha resa via via più ascetica, pura, spirituale. Ne ha fatto una distesa di assoluta economia cromatica (di ocra, di rosa, di bianco). E non certo per sviluppare ripensamenti riguardo all'essenza della pittura, ma per suggerire l'idea di una sua regressione, di un suo sprofondamento verso lo stadio liminare. Il bianco, ad esempio, esclude (come suggerisce in una pagina emozionante D. Jarman): esso "è opaco, non puoi vederci attraverso". Non puoi leggerlo: è il grado zero di qualsiasi forma. Può pure essere la sorgente, il "recettore" di tutti gli altri colori, ma è anche il testimone della loro cancellazione. Negli ultimi lavori monocromatici di Hassan, cioè, lo stesso colore pare partecipare di una scrittura che, non solo evade dal carcere del discorso, ma che intende porsi al momento d'avvio della pronuncia, quando non c'è distinzione tra parola-cosa-realtà (o distesa della pittura-sabbia-deserto). E' un nuovo ritorno all'idea di matrice, un rientro su di un segno ambiguo, oscuro, ma proprio per questo gravido di indizi, di sensi sfuggenti, di potenzialità espressive ulteriori.”
Roma, marzo-aprile, Studio Bocchi, Santa Africa.
Espone: San Kuanga, 1996, smalto e pigmenti su tela, cm. 25x20; Santa Aziza, 1996, smalto e pigmenti su tela, cm. 25x20; Il Paradiso del mio Amico Sacro, 1996, pigmenti su tela, cm 240x220; La stanza magica di Gazar, 1995, pigmenti su tela, cm 240x240; Lo sguardo verso l’ignoto, 1995, pigmenti su tela, cm. 100x100; L’apparizione dell’albero verde (quarto ragionamento), 1995, pigmenti su tela, cm 139x233; L’apparizione dell’albero azzurro (terzo ragionamento), 1995, pigmenti su tela, cm 168x230; Piccolo Agnello, 1995, pigmenti su tela, cm 30x40.
A cura di Eduardo Di Mauro e Francesca Pietracci.
Scrive F. Pietracci nel testo introduttivo:
“Non è possibile parlare degli ultimi lavori di Fathi Hassan senza dire che le nuove entità che egli chiama a protezione di se stesso e del mondo sono apparse come risposta al disagio che stanno provando le nostre coscienze di fronte alla decostruzione culturale di cui siamo complici e testimoni. Quello che lui celebra è un grande rito primordiale, capace di evocare le figure che popolano il suo immaginario e che gli permettono di fronteggiare la solitudine e lo sradicamento culturale. La sua cifra astratta, racconto della memoria emotiva allo stato puro, concretizzazione di familiari suoni nubiani, ha bisogno ora di rendersi figura, ideogramma, immagine definita dell'oggetto del desiderio. Amore e nostalgia si compenetrano e rendono i volti dei Santi Neri teneri e infantili, così come lo sguardo buono dell'Elefante Sacro, così come l'atteggiamento di colui che intende rifondare l'universo dei significati acquisiti. E se ogni gesto, ogni parola, ogni immagine non ha più altro potere se non quello di rimandare alla cifra di un altro codice, impazzendo all'interno di una Babilonia che sulla complessità ad oltranza ha giocato la sua ultima carta, Fathi Hassan decide di produrre immagini "semplici", di fissare singole scene di un continuum mentale ed onirico, per riportare il discorso dell'arte più vicino all'uomo, alle sue funzioni percettive di base, più vicino alla suggestione e alla seduzione, più vicino al piacere e all'appagamento psicologico. Trasferendo l'attenzione su oggetti immaginari appartenenti ad una iconografia estranea a quella della cultura dell'immagine occidentale contemporanea, l'artista crea un luogo di alterità, e lui è ben consapevole di questo, per dare vita ad una forma di comunicazione spiazzante, per ribaltare i termini di un discorso ovvio e creare così un senso di disorientamento che altri artisti della sua generazione hanno raggiunto attraverso l'insistenza su immagini portatrici di orrore e di desolazione. La nostra realtà orfana di ideali e orfana di tabù, non prova stupore di fronte al dolore meravigliandosi e commovendosi, invece, ogni qual volta, quasi come per miracolo, si trova a percepire uno "stato di appartenenza". Il problema di definire un proprio luogo culturale di appartenenza costituisce per Fathi Hassan 1'argomento centrale del suo lavoro, ora come nel passato, ed è per questo che ogni sua opera rappresenta il tentativo di raggiungere qualcosa di inaccessibile, un rifugio segreto, una città santa madre dell'Africa e madre dell' Europa.”
La mostra è successivamente trasferita a al Cairo, nella Galleria Mashrabia, 19 maggio-13 giugno, e in seguito a Torino, V.S.V., luglio-agosto.
Roma, 4-21 aprile, Libreria Internazionale Il Manifesto, Maschile Femminile e Co.
Espone: San Kuanga, 1996, pigmenti su tela, cm 25x2; Santa Azizia, 1996, pigmenti su tela, cm 25x20.
Tra gli artisti sono esposte opere di A. Aquilanti, M. Basilé, J. Benci, R. Carbone, A. Fogli, M. Ruiu, S. Stucky, N. Takahara.
La mostra e´ curata da Arianna Di Genova ed Elena Scoti.
Pordenone, 12-15 aprile, Fiera di Pordenone, Simbolica: pittura italiana di fine secolo,
Espone: La stanza del Gazar, 1995, pigmenti naturali e acrilico su tela, 240x240 cm.
Tra gli artisti: K. Andersen, M. Cannavacciuolo, A. Mazzoni, M. Vinicio.
La mostra è a cura di Edoardo Di Mauro.
Torino, 23 maggio-30 maggio, Galleria A. Signetti, Rosa.
Espone: Non c’è Rosa Senza Spina, 1996, disegno su carta, cm 24x19.
Tra gli artisti sono esposte opere di: Benedetto, F. D´Angelo, Levi, Reichenbach, Schill, Taliano.
Roma, giugno-luglio, Salon Privé Arti Visive, Controprofilo in Rosso.
Espone: Contenitore di Racconti, 1993, tecnica mista su tela ,cm 190x150.
Tra gli artisti presenti T. Cascella, B. Ceccobelli, M. Gastini, L. Patella, A. Perilli, V. Pisani, S. Scheda e G. Zorio.
Nel testo in catalogo Francesca Pietracci scrive:
“[...] la stessa magia del Contenitore di racconti di Fathi Hassan, artista di origine nubiana che racconta, con il suono proprio delle immagini, le suggestioni della sua cultura orale. Questo vaso d’oro, riempito in parte di una sostanza ondeggiante anch’essa d’oro, costituisce il controprofilo della matericità, del contenuto e del contenitore, dando a tutto ciò un senso allegorico che poggia sul linguaggio e sui concetti di significato e significante.”
Verona, 22-23 luglio, Villa Anselmi-Barcanovich, La Dimora degli Dei.
Espone: San Emba, 1996, acrilico e olio su tela, cm 50x60.
Tra gli artisti presenti J. Brown, C. Eckart, U. Egger, H. Nitsch, M. Paladino, M. Porta, A. Rainer, L. Sanjust.
La mostra è curata da Luigi Meneghelli, scrive nella presentazione in catalogo:
“[...] Fathi Hassan: pittura che è sempre scrittura, anche qundo esibisce chiari risvolti figurali: è impronta di antico sapere, è immagine votiva (di santi e di apostoli): quindi di presenze simboliche di un verbo di saggezza di di innocenza. Ebbene, nella calligrafia araba di Fathi tutto è traccia scompigliata e rigirata su se stessa, sparsa in mille pezzi (da una sorta di vento o di spirito), quasi a porre l’attenzione più sull’andare che sul dire, più sull’esperienza estatica, ineffabile del tracciare che del comunicare. Lo stesso vale per i suoi volti ieratici: sono chiusi per creare un vuoto nel linguaggio, per lasciare spazio all’interrogazione, per fare posto all’ascolto.[...]”
La mostra prosegue alla Galleria Ponte Pietra, 26 luglio-13 agosto; Bolzano, Castel Ganda, 31 agosto- 29 settembre.
Roma, settembre, Galleria Pio Monti, Laboratorio Politico di Fine Secolo.
Espone: San Emba, 1996, pigmenti e smalto su tela, cm 60x70.
Tra gli altri artisti: G. Di Matteo, L. Matti, M. C. Matti, A. Nurcis, D. Papadia, S. Pisano, A. Ratti, A. Renzini, V. Ryan, F. Silvestro.
La msotra è curata da Gabriele Perretta.
Roma. autunno. Il critico e collezionista Luigi D’Ambrogi, entusiasmato da uno dei Contenitori di Hassan esposto nella Galleria di Pio Monti, propone a quest’ultimo un accordo per cui D’Ambrogi avrebbe regalato a Pio Monti Virgola di Alighiero Boetti se gli avesse fatto conoscere Hassan.
Torino, ottobre-novembre, Galleria Angela Signetti, Serpente.
Espone: L’Uovo del Serpente, 1996, disegno, cm 24x19.
Tra gli altri artisti presenti K. Andersen, L. Chianese, S. Cinalli, M. Diotallevi, S. Levi, M. Ribaudo, A. Schill, M. Vacchetti.
La mostra e´ curata da Edoardo Di Mauro.
Ascoli Piceno, 17-27 novembre, Galleria Marconi, Rita Vitali Rosati. Ritratto della Donna Perfetta.
Espone: Viaggio in Treno, 1996, fotografia, cm 100x70.
Tra gli altri artisti: G. Garuffi, M. Giacomelli, F. Marconi, M. Mulas, L. Pariani, F. Pietracci, L. Spadano.
La mostra è curata da Rita Vitali Rosati.
Fano. dicembre. Attraverso Pio Monti, Hassan conosce D’Ambrogi, che acquista numerosi suoi lavori per poi proporre al gallerista Alessandro Seno di organizzare una mostra personale dell’artista.
Roma, 15 dicembre-31 gennaio, Fermenti Lattici art gallery, White Christmas.
Espone: Piccolo Angelo, 1995, pigmenti su tela, cm. 30x40.
Tra gli artisti presenti: M. Basilé, T. Cascella, D. Gonzales, F. Impellizzeri, M. Laplante, E. Manera, F. Mauri, E. Olaf, A. Passa, L. Patella, C. Pintaldi, V. Pisani, C. Sassi, S. Scheda, A. Tranquilli.
La mostra è a cura di Francesca Pietracci.
1997
Bologna, 22 marzo-10 aprile, Fiorile Arte, I Kedissen
Espone: San Alessandro, 1997, matita su carta, cm 15x10; Santa Khadiga, 1997, matita su carta, cm 15x10; San Politi, 1997, matita su carta, cm. 15x10; Santa Foreste, 1997, matita su carta, 15x10; San Joseph, 1997, matita su carta, cm. 15x10; Santa Fatma, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Mauro e Vincenzo, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Tarig, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Mondelli e Mariangela, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Francesco, 1997, matita su carta, cm. 15x10; Santi Piramidi, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Stefano, 1997, matita su carta, cm 15x10; San Hassan, 1997, matita su carta, cm 15x10; San Eduardo, 1997, matita su carta, cm. 15x10; San Luigi & Luigi, 1997, matita su carta, cm 15x10; Santa Samira, 1997, matita su carta, cm 15x10.
La mostra e´a cura di Luigi Meneghelli, nel testo in catalogo:
“All'occhio dell'uomo occidentale l'alfabeto arabo appare come una sequenza magica ed oscura di linee falcate o perse in labirinti di volute: una grafia fatta di infiniti frammenti, di una “polvere di lettere”, che sembrano esaurirsi nel loro stesso apparire. Dunque, una sequenza astratta che è già visione in se. E Fathi Hassan pare assumere questa scrittura proprio così, come una pratica che eccede ogni valore comunicativo, ogni funzione di messaggio. Egli fa uso dei caratteri arabi non per fissare un discorso, ma per aprire una questione: la questione stessa del segno che acquista una propria interrogante identità, cessando di essere segno di qualche cosa (ordine parassitario della parola).
Non bisogna infatti dimenticare che Hassan è originario della Nubia, dove in molte tribù il linguaggio è rimasto ancora orale: e allora quella sua ossessione grafica appare più che altro come il tentativo di visualizzare il ritmo della voce, di trascriverne l'eco, la cadenza, la pausa.
Il quadro diventa, cioè, come una partitura musicale e quei tratti minuti come le note di un canto nomade (con tutta la sua inafferrabilità di senso, con le sue recitazioni incantatorie, le sue lacune sonore, ecc). Tanto che pare che l'artista intenda retrocedere senza sosta verso qualcosa che sta prima della parola stessa o che addirittura voglia in qualche modo esibire la traccia di quella materia fonica originaria, quando ancora i nomi erano legati alle cose e la scrittura ai segni stessi della natura.
Del resto, come spiegare, altrimenti, quei caratteri che a volte sembrano uscire da sé per evocare direttamente l'orma di un essere, attirarlo, respingerlo, figurarne le proprietà, le virtù, i segreti? Come interpretare quei Contenitori che “nascondono bene in vista” il loro contenuto magico, che portano impresse nella loro perfetta superficialità una promessa di profondo, di intimo, di misterioso? Essi individuano contemporaneamente uno stadio del dentro e uno stadio del fuori, combinano la perentorietà della forma con l'arabesco della lettera, finendo così per alludere davvero ad una fusione originaria, ad un unico, antichissimo blocco linguistico.
Eppure molte delle scritture sono letteralmente realizzate con la sabbia del Sahara e attraverso l'ascetismo cromatico che porta con sé la sabbia stessa. Ma la scelta di Hassan di spingere la pittura verso i limiti estremi della visibilità non ha nulla a che vedere con la tabula rasa delle Avanguardie, con la loro riduzione al grado zero del linguaggio.
Il suo scopo non è quello di cogliere il momento germinale dell'arte, ma casomai il momento germinale della grafia.
Il suo lavoro non è mai in togliere, bensì in aggiungere, non consiste nello spingere ogni ingombro fisico verso la smaterializzazione, ma nel sensibilizzare lo spazio del quadro, nel risvegliarlo attraverso il movimento dei segni: segni, certo, volatili, evanescenti, anzi segni del “silenzio”, come quelli creati dallo “spirito del deserto” (G. Comollo), ma anche segni concreti, ossessivamente presenti. E tanto più vivi in quanto non riproducono la finitezza di un oggetto, ma aprono all'idea stessa del loro prodursi: al concetto di dynamis che li innerva dal dentro, dal profondo (dal profondo della loro struttura e dal profondo della loro storia).
E questo potrebbe rimandare a tanti artisti che si sono abbandonati al cammino del segno, al suo errare inquieto e cieco: a Masson e alla sua sismografia tumultuosa e divorante, a Klee e al suo far iniziare il mondo da un tratto primigenio, da una sorta di curiosità che afferra il primo uomo “nell'istante in cui apre gli occhi sugli orizzonti del creato”. Ma potrebbe rimandare anche a quanti hanno voluto riportarsi all'espressione elementare, diretta del fare, all'informe, allo schianto del gesto su una parete di materia (come può essere il caso di Saura, di Fautrier, di Tapies, ecc.).
Ma, al di là di tutto, il confronto più efficace rimane quello che accosta la ricerca espressiva di Fathi Hassan proprio agli artisti che hanno tentato di realizzare un'esperienza pura, superando ogni sudditanza nei confronti dei dati fenomenici, trasformando il quadro in un campo di pittura privo di limiti. Può trattarsi del quadrato bianco di Malevic, dove forma e colore riassumono e superano ogni relatività e si imparentano con l'assoluto, può essere l'opera in nero di Reinhardt che si avvicina all'impensabile come a qualcosa a cui si riesce soltanto a negare attributi, possono essere gli immensi teleri di Newman che tendono ad indicare “i limiti indeterminati e indeterminabili” (e quindi metafisici) dell'arte: ebbene anche gli ultimi lavori di Hassan sembrano proporci un'esperienza di ciò che sta al di là di noi stessi; una visione oltre la visione, un mondo oltre il mondo. Non si può certo parlare del “niente liberato” o del “bianco abisso” di Malevic, ma di piccoli quadri, dove atti purificati e avvertiti fino allo spasimo concettuale, tessono dei nomi oscuri e illeggibili (forse solo delle idee di nomi): anche qui però il bianco appare senza soluzione di continuità una increspatura bianca su fondo bianco, che lambisce gli orli estremi del dipinto. E' un'immagine portata alla saturazione visiva, a una plenitudine espressiva inaudita, a un'espressività senza “espressione”, a un'epifania, appunto, non di questa terra.
E se nel caso di Malevic si è parlato di luce originaria, dell'annientamento delle cose volto per andare al di là di tutti i volti percepibili (come nelle sacre icone), anche nei novantanove “frammenti” minimi di Fathi Hassan che accendono, in qualche modo, la dimensione massima dell'ambiente (il cielo della stanza), s'invera il grande problema dell'icona, quale soglia incandescente, dell'altrove, dell'altro (del divino).
Il volto del Dio rimane inconoscibile, ma l'icona solleva la mente verso di esso: “mediante l'icona, cioè, facciamo memoria dei prototipi e siamo introdotti al loro cospetto”: essa è opera testimoniale (richiamo, reminiscenza): non semplice rappresentazione, ma emanazione, “energia dell'assenza spirituale, imago che si propaga a partire dalla stessa realtà inesprimibile che l'ha suscitata” (M. Carboni).
Nulla, come sempre in Fathi Hassan, ci è rivelato: la scrittura bianca palesa solo la scia del suo movimento, il suo essere soglia tra il qui e il là (tra la percezione e il segreto).
Il suo quadro però si è fatto sempre più un concentrato di energia pura che transita nello spazio: un vero seme dell'infinito. E osservando l'installazione dal titolo I Kedissen (I Santi) si ha proprio la sensazione di grani (di una semina, di un rosario) che nella propria ripetizione liturgica richiamano il nome dell'indicibile.
Essi (i grani), nel loro dilagare sulle pareti, creano infatti una dilatazione della sensibilità, suscitano molteplici segnali d'intensità che si attraggono magneticamente, come gli elementi di una costellazione.
Ed è come se i novantanove nomi (che l'artista nasconde nella sua labile e sfuggente grafia) concorressero a formare un'immagine unica o celebrassero nella loro processione il mistero cosmico dell'origine e dell'oscurità.
Se vogliamo, ancora una metafora delle sabbie in cui si cela l'anima immensa e invisibile dell'amato deserto dell'amata patria.”
Napoli, 21 marzo-6 maggio, Scuderie di Palazzo Reale, Artinceramica.
Espone: Piatto, 1995, diametro cm 35; Vaso, 1995, altezza cm 35.
Tra gli altri artisti sono presenti: G. Capogrossi, A. Casciello, O. Galliani, F. Menna, I. Moncada, A. Tot, G. Turcato, B. Zimmer.
La mostra è organizzata da Giuseppe Zampino.
Torino, 24 maggio-29 giugno, Musei Civici, Và Pensiero, arte italiana 1984-86.
Espone: Paesaggio Sacro, 1997, pigmenti su tela, cm 194x196; Contenitore dei Sogni, 1996, sabbia del Sahara su tela con pigmenti naturali, cm 100x100.
Tra gli altri artisti presenti G. Albanese, K. Andersen, M. Arcangeli, C. Bonomi, M. Lodola, A. Renzini, A. Sofianopulo.
La mostra è a cura di Edoardo Di Mauro.
Maiori (Sa), luglio, Palazzo Comunale, Mediterraneo.
Espone: Elefante Egiziano, 1996, acrilico su tela, cm 70x110.
Tra gli altri artisti: A. Assaf, I. Fontenla, T. Lisanti, E. Montessori, C. Sassi, S. Scheda, M. Schifano, A. Tranquilli.
La mostra è curata da Francesca Pietracci, scrive in catalogo:
“[...] E proprio dall’Africa arriva Fathi Hassan, dalla nobile terra di Nubia, a proporci una nuova mitologia, quella dell’elefante sacro, secondo lui progenitore del genere umano. Questo animale contiene la memoria del mondo e, per mezzo di essa, dalla sua testa fuoriescono esseri viventi e parole, nuove metodologie che si connettono tra loro eseguendo un giro di giostra, una danza ancestrale.”
Copenhagen (Danimarca), 19 ottobre-17 novembre, Salon, Under Different Skies.
Espone: La Famiglia, 1996, pigmenti su tela, cm 240 x 240.
Tra gli altri artisti A. Assaf, J. Benthin, I. Fontenla, D. Gonzales, A. Kichou, M. Laplante, H.H. Lim, V. Poznanovic, D. Romanati, W. Siti, N. Takahara, S. Wurzel, G. Musoni.
Bologna, 25 novembre-8 dicembre, Fiorile Arte, 3-DIME.
Espone: Ritratto di Fati-ma, 1997, tecnica mista su tela, cm 40 x 39; Ritratto di Fati-ma, 1997, tecnica mista su tela, cm 30 x 45.
La mostra è curata da Alfredo De Paz e Fabiola Naldi.
Fano, 23 novembre-2 dicembre, Rocca Malatestiana, Arte a Fano dentro e fuori le Mura
Espone: Safir in Cammino nella Foresta, 1997, pigmenti su tela, cm 390x180; La Stanza Magica di Gazar, 1985, pigmenti su tela, cm 240x240; Paesaggio Sacro, 1997, pigmenti su tela, cm 196x194; Angelo, 1991, pigmenti su tela, cm 50x70; Il Riposo degli Eroi, 1992, tecnica mista su tela, cm 40x30; Tigre con Foglia Sacra, 1991, pigmenti su tela, cm 230x160; Racconto Nubiano, 1987, pigmenti su tela, cm 180x140.
La mostra e´ curata da Francesca Pietracci.
In catalogo testo di Marco Ferri:
“Ho conosciuto Fathi Hassan, artista egiziano di origini nubiane, prima che si stabilisse a Fano, nel 1986, quando si era appena conclusa la prima tranche del suo lavoro artistico, quella dedicata alla memoria e al racconto.
Il tramarsi di tradizione e innovazione l’aveva portato a dipingere o rappresentare l’oralità della sua cultura di provenienza in una varietà di tappe calligrafiche e astratte. Più che l’affermazione orgogliosa delle proprie origini, vi leggevo un’apertura culturale che spaziava dalla Valle dei Re alla contemporaneità, egiziana e occidentale. Questo sincretismo simbolico lasciava intuire un lavoro interetnico, ma senza peso ideologico, quasi il prodotto inconscio di un adeguamento alla circostanze storiche. Un percorso curiosamente inverso rispetto a quello di certe esperienze artistiche europee di fine secolo scorso e inizio del ventesimo, rivitalizzate dall’esotico e dall’Africa.
In un secondo periodo, Fathi Hassan, che ha il dono della messa a fuoco concettuale, ha contestualizzato i racconti. La sua attenzione si è spostata al luogo, alla propria terra, al deserto. In questa fase campeggia il bianco, i richiami alla contrapposizione tra valori artigianali e tecnologia sono numerosi: si notano approssimativi rammendi sul candore delle lenzuola, con lo spago, o canne da zucchero egiziane che disegnano un “grande nido”. C’è anche tanto deserto e tanto silenzio, mèmore di Jabès.
Due titoli molto espliciti: Africa non ama la tecnologia e Il Sahara non ama la tecnologia.
[...] Certi fondi rossi molto intensi intendono materializzare le sofferenze dell’Africa, ma anche quelle della natura: su un di questi rossi compare un cammello alato, quasi potesse, per mezzo di questi doni magici, come nelle fiabe, liberarsi dall’uomo e dal suo cinismo.
Questo discorso artistico, per ragioni di spazio tracciato per appunti, ha un approdo, ovviamente provvisorio, in una terza fase, segnata anche biograficamente dal matrimonio e dalla nascita del figlio Joseph. Dei vasi stilizzati, di forma occidentale, sono designati a racchiudere e conservare sogni e memorie, la bellezza ancora possibile del mondo, nel timore che vada perduta. L’archetipo è il vaso mitologico che racchiude le forze della natura, l’ignoto, o semplicemente l’anima dell’uomo, ormai consegnata alle parole.”
La mostra prosegue alla Galleria Forum, 21 dicembre-31 dicembre.
1998
Torino, maggio, Doks Dora, Simbolica: nel Futuro della Pittura.
Espone: Santa Maha, 1998, pigmenti naturali e sabbia del deserto su tela, cm 100x80.
Insieme a K. Andersen, G. Aschieri, W. Bortolossi, A. Damioli, G. Grillo, G. Lamberti, M. Marucci, L. Mastrangelo, A. Mazzoni, L. Mastrangelo, A. Renzini e A. Sofianopulo.
A cura di Edoardo Di Mauro.
Trevi, 12 luglio- 12 agosto, Trevi Flash Art Museum, Palazzo Lucarini, Lady D.
Espone: Diana la principessa africana, 1998, tecnica mista su tela, cm 40x50.
Tra gli artisti: G. Alviani, M. Consiglio, C. Dinys, J. Issac, T. Lisanti, V. Pisani.
A cura di Francesca Monti.
Bruxelles (Belgio), 29 settembre-15 novembre, Tecno Belgium, Mediterranea.
Espone: Feluca, 1998, sabbia del deserto e pigmenti naturali su tela, cm 325x493; Solitario, 1997, pigmenti naturali su tela, cm 170x220; La Famiglia, 1996, pigmenti naturali su tela, cm 170x220; Santi, 1997, sabbia del deserto e pigmenti naturali su tela, cm 60x120; Contenitori, 1997-98, sabbia del deserto e pigmenti naturali su tela, cm 100x100.
Tra gli altri artisti presenti I. Eviner, S. Garau, M. Loizidou, A. Mondino, Theodoulos.
La mostra è a cura di Simonetta Gorreri.
Milano, novembre-dicembre, Galleria Seno, Contenitore del Pensiero.
Espone: Contenitore Sacro, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x100; Campo di Cotone, 1996, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore dei Sogni, 1996, cm 100x100; Cuore Sacro, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x100; Anima, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x90; Angelo, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x100; La Mano di Dio, 1996, tecnica mista su tela, cm 140x120.
A cura di Luigi D’Ambrogi.
1999
Modena, 31 gennaio-19 febbraio, Novecento, Una Notte del Novecento.
Espone: Safir, 1996, tecnica mista su tela, cm 80x80.
Tra gli artisti in mostra D. Alfano, C. Colasanti, M. Kostabi, P. Gandolfi, F. Levini, H.H. Lim, A. Mosca, G. Pedulla´, A. Renda, S. Scheda, A. Sisi.
La mostra e´curata da Pio Monti.
Pare´ di Conegliano (TV), 14 febbraio-13 marzo, Biblo arte contemporanea, Hassan Lamberti Sofianopulo.
Espone: Santa Samira, 1996, tecnica mista su tela, cm 40x30; Santa Elham, 1996, tecnica mista su tela, cm 40x30
Insieme a G. Lamberti e A. Sofianopulo.
A cura di Edoardo Di Mauro.
Fano (PS), 21 febbraio- 18 marzo, Galleria Una Arte, Beata Africa
Espone, come da illustrazioni in catalogo: Contenitore dell’Anima, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 100x100; Contenitore della Memoria, 1995, pigmenti e sabbia del deserto su tela, cm 120x120; Contenitore dell’Anima, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 40x30 ciascuno; Le Mani, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 40x30; Campo di Cotone, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 100x100; Il Mahmal di Knuz, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 264x337; Profilo Santo, 1998, oro e sabbia del deserto su tela, cm 35x30; Mahrus, 1998, pigmenti e sabbia del deserto su tela, cm 35x30; Volto Santo, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 226x260; Il Portatore di Pane, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 220x225; Paesaggio Sacro, 1997, pigmenti su tela, cm 196x194; La Stanza Magica di Gazar, 1985, pigmenti su tela, cm 240x240; Safir in Cammino, 1998, pigmenti su tela, cm 220x290.
La mostra prosegue a Riccione, Galleria Rosini, gennaio; Bergamo, Galleria Oprandi, febbraio.
Roma, 18 maggio-12 giugno, Istituto Italiano per l´Africa e l´Oriente, Nuovi Linguaggi nell´Arte Contemporanea Africana.
Espone: Madonna con Bambino, 1999, tecnica mista su carta, con cornice dorata, cm 78 x 47.
Insieme a F. B. Bouabre´, W. Kentridge, D. Koloane, B. Lopes, A. Ole e G. Zogo.
La mostra è curata da Mary Angela Schroth e dal collezionista d’arte contemporanea Gianni Baiocchi.
New York, 12 giugno-31 luglio, Skoto Gallery, Perpetual Motion..
Espone: Angelo 1, 1998, pastelli su legno, cm 40x30; Angelo 2, 1998, pastelli su legno, cm 40x30.
Vi partecipa con B. Agboma, El Anatsui, O. Anidi, O. Audu, B. Campbell, Diako, M. Kacimi, R. Karuga, K. Kodi, W. Kosrof, A. Nosseir, M. Nize, Perfura.
Ancona, 25 settembre- 10 ottobre, Associazione Arte Incontro, Rinvenuti e Riveriti.
Espone: Senza Titolo, 1997, collage su tela, cm 50x60.
Tra gli altri artisti B. Ceccobelli, S. Chia, J. Kounellis, S. Di Stasio, D. Fontana, E. Mattiacci, M. Paladino, M. Rotella, Zimmer.
La mostra è a cura di Andrea Giusti.
Fano, 16 ottobre-28 novembre, Galleria Gasparelli, Mimamsa Nubiana.
Espone: Paesaggio Sacro, 1997, pigmenti su tela, cm 196x194; Santa Nadia, 1999, acrilico su tela, cm 70x50; Safir, 1999, tecnica mista su tela, cm 80x80; Contenitore dell’Essere, 1994, tecnica mista su tela, cm 180x140; Contenitore di Sogni, 1994, tecnica mista, cm 100x100; Contenitore di memoria, 1994, acrilico e sabbia del deserto su tela, cm 100x100; Contenitore Sacro, 1996, sabbia su tela, cm 100x100; Angelo, 1996, tecnica mista su tela, cm 50x60.
Presentazione in catalogo a cura di Gian Ruggiero Manzoni.
Il Cairo (Egitto), 3 al 28 ottobre 1999, Mashrabia Gallery, Out of the Blue.
Espone: Senza titolo, 1999, disegno su carta, cm 43x33.
Tra gli altri artisti M. Abla, O. Faiumi, T. Kuomi, M. Nasr, A. Siwi.
La mostra è a cura di Stefania Angarano.
Fano, 31 dicembre, in occasione della mostra 1999-2000, De Dominicis Gino, Fathi Hassan, recita un canto egiziano antico.
2000
Fano, gennaio. Conosce Marina Bargnesi, la mamma del secondo figlio Jacopo, nel Vicolo un locale di musica jazz.
Bologna, 15 gennaio-24 febbraio, San Giorgio in Poggiale, Transafricana.
Espone: Safir in Cammino, Il Paradiso, 1999, pigmenti naturali, cm 230x240; Santa Magda, 1998, pigmenti e sabbia del deserto su tela, cm 120x100; La Danza della Strega, 1999, pigmenti naturali su tela, cm 194x186.
Vi partecipa con O. Ankomah, S. Arnold, R. Cox, T. Eshetu, C. Gavronsky, A. Kichou, V. Matthews, Quattara, R. Shakinovsky, G. Zogo.
Mostra a cura di Mary Angela Schroth.
Napoli, 16 marzo-4 aprile, Palazzo Reale, Cartolina per Napoli.
Espone: Contenitore di Memoria, 1999, acquerello su carta, cm 29x18.
Tra gli altri artisti M. Bentivoglio, T. Cascella, B. Ceccobelli, M. Eustachio, G. Fioroni, E. Frolet, G. Griffa, J. Kounellis, S. Lewitt, E. Mattiacci, M. Paladino, G. Paolini, M. Pistoletto, D. Spoerri, E. Tatafiore, J. Tornquist, G. Uncini.
La mostra é organizzata da ARTEXARTE con la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Napoli.
Taormina, 1-13 aprile, Palazzo Duchi di S. Stefano, Etna, Geografia del Fantastico.
Espone: Safir, 1999, tecnica mista su tela, cm 80x80.
Insieme a P. Assmann, A. Amato, A. Bove, L. Brocchini, H. Chin, Cracking Art, F. Fiorista, S. Garau, F. Mauri, A. Mondino, S. Mineo, D. Narcisi, S. Santagati, S. Scheda, G. Spagnulo, V. Vasta.
La mostra é a cura di Peter Assmann, direttore Landesmuseum di Linz.
Pesaro, 6-27 maggio, Centro Arti Visive “Pescheria”. Fathi Hassan.
Come da catalogo illustrazioni in catalogo, espone: Concetto Terrestre, 1983, pigmenti su tela, cm. 80x80; La storia di Kha, 1984, pigmenti su tela, 75x75 cm; La stanza magica di Gazar, 1985, pigmenti su tela, cm. 240x255; Mansur, 1988, tecnica mista su tela, cm. 60x50; La favola di Mina, 1995, pigmenti su tela, cm. 50x40; Santa Kausar, 1996, olio e sabbia su tela, cm 35x30; Santa Eleiham, 1996, olio e sabbia su tela, cm. 35x30; Leone in festa, olio e sabbia su tela, cm 40x30; Persecuzione, 1996, olio e sabbia su tela, cm 35x30; L´apparizione di Gesu´, 1996, tecnica mista su tela, cm 35x30; Le gelosie delle rose, 1997, tecnica mista su tela, cm 35x30; Pensando a Tata, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Composizione tropicale, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Fiore desertico, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore dell´anima, 1997, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore del pensiero, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 80x70; Contenitore di sogni, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore dell´anima, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore di sogni, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Il Contenitore dei tre Gesu´, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore strappato, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 190x150; Uno sguardo verso l´ignoto, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 140x180; Contenitore cosmico, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Cammello alato, 1997, pigmenti su tela, cm 30x20; Santa Tamanni, 1997, olio su tela, cm 100x150; San Tarig, 1997, olio su tela, cm 30x20; San Ammao, 1997, olio su tela, cm 30x20; Santa Nabila, 1997, olio su tela, cm 30x24; Santa Adila, 1997, olio su tela, cm 30x24; San Hadz, 1997, pigmenti su tela, cm 25x20; Fiore umano, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Carnevale Africa, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Il Riposo del Guerriero, 1998, olio e sabbia su tavola, cm 40x30; Africa folclore, 1998, acrilico e sabbia su tavola, cm 40x30; Paesaggio, olio e sabbia su tela, cm 40x30; Africa folclore, 1998, olio e sabbia su tela, 40x30; Paesaggio confuso, 1998, acrilico su tela, cm 40x30; Giocando Africa, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Africa folclore, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Foglia Sacra, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Contenitore di affetti, 1998, oro e sabbia su tela, cm 40x30; Alieno Africano, 1998, tecnica mista su tavola, cm 50x40; Santa Ruan, 1998, olio e sabbia su tela, cm 35x30; Santa Maha, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 100x80; Santa Moderna, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 100x80; San Eqbal, 1998, olio su tela, cm 80x60; San Ahlam, 1998, olio su tela, cm 80x60; Profilo di santo, 1998, tecnica mista su tela, cm 40x30; Il sogno di Safir, 1998, olio su sabbia, cm 40x30; Safir in Paradiso, 1998, acrilico su tela, cm 100x90; Nell´ombra della rosa, 1998, acrilico e sabbia su tela, cm 35x30; Il portatore di pane, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 220x250; Contenitore di Memoria, 1998, acrilico e sabbia su legno, cm 40x30; Feluca, 1998, sabbia del deserto su tela, cm 280x500; San Guerriero in Festa, 1998/99, olio su tela, cm 100x150; Mansur, 1999, olio e sabbia su tela, cm 40x30; Volto Africa, olio su tela, cm 40x30; Magico viso, 1999, acrilico e sabbia su tavola, cm 40x30; San Munir, 1999, olio e sabbia su tela, cm 40x30; San Muanga, 1999, olio e sabbia su tela, cm 40x30; Santa Murida, 1999, acrilico e sabbia su tela, cm 40x30; Santa Rania, 1999, acrilico e sabbia su tavola, cm 40x30; Le ferite che si devono guarire, 1999, pigmenti su tela, cm 100x100; La formica Sacra, 1999, olio e sabbia su tela, cm 25x20; Otil sull´Asino, 1999, acrilico e sabbia su tavola, cm 40x30; La Mia Mente e´ un Cammino nella Foresta, 1999, pigmenti su tela, cm 240x255.
La mostra e´ a cura di Achille Bonito Oliva, nel testo in catalogo:
“La figura è il punto focale dell'arte. Detiene la centralità del linguaggio, in quanto portatrice dell'intenzione e del desiderio di potenza dell’immaginario. Tale desiderio si traveste con abbigliamenti vari, indossa panni legati alla circostanza espressiva. Dunque le figure dell'arte sono svariate e cangianti, adottano molti materiali e tecniche diverse, in ogni caso sono portatrici di seduzione e contemplazione.
Fathi Hassan utilizza il linguaggio pieno della pittura. Ma l'artista egiziano (di origine nubiana) vuole trasmettere conoscenze sui modi che lo hanno portato alla figura, perché essa e la conseguenza di fattori accertabili ed altri imponderabili. II non sapere gli permette di mettere in condizione la sua tecnica di non fare resistenza, di accogliere con naturalezza l'elaborazione che porta al risultato. L'affermazione dell'opera è il risultato di una memoria culturale e nello stesso tempo della sua perdita. [...]
Convenzionalmente la geometria sembra essere il campo della pura evidenza e dell'inerte dimostrazione, il luogo di una razionalità meccanica e puramente funzionale. In questo senso sembra privilegiare la premessa, in quanto la conclusione diventa lo sbocco inevitabile di un processo deduttivo e semplicemente logico. Fathi Hassan, egiziano e artista, ha invece fondato un diverso uso della geometria, come campo prolifico di una ragione irregolare che ama sviluppare asimmetricamente i propri principi, adottando la sorpresa e l'emozione. Ma questi due elementi non sono contraddittori col principio progettuale, semmai lo rafforzano mediante un impiego pragmatico e non preventivo della geometria descrittiva.
Non a caso l'artista passa continuamente dalla bidimensionalità del progetto all'esecuzione tridimensionale della forma, dal bianco al beige dell'idea, all'articolazione policromatica: rosso, rosa, marrone, nero, blu. A dimostrazione che l'idea ingenera un processo creativo non puramente dimostrativo ma fecondante e fecondo. Infatti la forma finale, bidimensionale o tridimensionale, propone una realtà visiva astratta ma concreta, pulsante sotto lo sguardo analitico ed emozionante dello spettatore. II principio di una ragione asimmetrica regge l'opera che formalizza l'irregolarità come principio creativo. In questo senso la forma non si esaurisce nell'idea, in quanto non esiste fredda specularità tra progetto ed esecuzione. L'opera porta con se la possibilità di una asimmetria accettata ed assimilata nel progetto, poiché partecipante della mentalità dell'arte moderna e della concezione del mondo che ci circonda, fatto di imprevisto e di sorprese: materia e la sabbia.
In tal modo il concetto di progettualità viene investito di un nuovo senso, in quanto non rimanda più ad un momento di superba precisione, ma semmai di verifica aperta, seppure pilotata da un metodo costruito mediante la pratica e l'esercizio esecutivo. II metodo rimanda naturalmente ad un bisogno di parametro costante e progressivo, ancorato ad una coscienza storica del contesto dominato dal principio della tecnica.
La tecnologia sviluppa processi produttivi, ancorati sulla standardizzazione, l'oggettività e la neutralità. Principi costitutivi di una diversa fertilità rispetto a quella costruita sulla tradizionale idea iper-soggettiva della differenza.
In questo l'artista classicamente moderno, portatore sano di un'arte capace di produrre differenze mediante la creazione di forme che utilizzano standardizzazione, oggettività e neutralità in maniera fertile, capace di filtrare nell'immaginario di una società di massa pervasa dal primato della tecnica e da questa svuotata di soggettività.
Ma questo svuotamento non e visto come una perdita, come potrebbe sembrare ad una mentalità tardo-umanistica o marxista. Invece diventa il portato di una nuova antropologia dell'uomo che funziona secondo un metabolismo di ragione modulare che non significa però ripetizione simmetrica ma moltiplicazione asimmetrica, applicazione appunto della nuove regole del caso intelligente contrapposto al caos indistinto. Caso intelligente significa capacità dell'uomo di accettare la discontinuità senza cadere nella dispersione di una razionalità incapace.
L'accettazione nasce dalla perdita di superbia da parte del logocentrismo occidentale che ingloba la paziente analiticità del mondo Orientale e si muove pragmaticamente non in assetto di guerra ma di disponibilità verso il mondo, magico e primario.
Nell'opera di Fathi Hassan la figura e sempre il segno di un movimento precedente, perche, come dice Nietzsche, esso e il segno di un movimento interiore, cosi come il pensiero e il segno del pensiero. Dunque e l'unica possibilità dell'arte di produrre il movimento della propria turbolenza, il tramite che la materializza e su cui basa lo stato della sua evidenza formale. L'artista sposta la figura in un rapporto tra turbolenza e serenità, in una condizione di apertura e libertà espressiva, fuori da qualsiasi inibizione e progetto. L'opera viaggia fuori da qualsiasi interrogazione riguardante la provenienza iniziale della sua iconografia, secondo l'idea di costruzione linguistica che ristabilisce il primato dell'intensità su quello della tecnica.
In questi lavori ei troviamo positivamente di fronte ad una posizione che poggia la sua strategia creativa sull'impossibilità di assumere il mito e l'allegoria in termini di totalità, in quanto non esiste più storicamente un'ottica capace di restituire in termini ideologici una visione unitaria del mondo.
Con la fine della Grande Visione, l'artista contemporaneo si trova di fronte ad un panorama di reperti linguistici da adoperare nella pratica pittorica. l frammenti della storia passata si trovano a disposizione, ma l'artista non può rifondarne il valore bensì riportarne l'evidenza formale.
Se nel Manierismo storico esisteva nella citazione un movimento regressive e nostalgico, ora nell'opera del giovane artista la ripresa stilistica avviene in termini di puro valore di evidenziamento visivo.
Succede così che gli stili si intrecciano tra loro, in un movimento eclettico che lega figurazione ed astrazione, narrazione e gestualità, in una forma che opera sul collegamento di vari frammenti di diversa provenienza.
II mito e l'allegoria diventano occasione di ripresa stilistica e di adattamento nel nuovo circuito visivo dell'immagine che non possiede più una superba totalità a favore di una dimensione aperta e fluidificante. Tale fluidità porta l'opera verso una dimensione che potremmo definire del "figurabile", un accesso ad un campo dell’immagine, giocato su un sistema di relazioni: icone in alone ed odore di santità. Forza del gesto e reticenza della superficie si intrecciano secondo cadenze che stabiliscono una dinamica che corre lungo riferimenti tra la melanconia roscurale dell'espressionismo e lo spessore materico delle maschere primitive.
Serenità e turbolenza, proprio per i riferimenti linguistici, diventano i confini di un'oscillazione dell'immagine, secondo una tensione formale capace di fondare una contemplazione intensificata. L'uso prevalente del nero designa anche l'affermazione di un colore drammatico e mentale nello stesso tempo.
Infatti l'immagine tende da una parte ad aggredire visivamente l'esterno, dall'altra a tenere il linguaggio compatto e fermo dentro la cornice dell'opera. Leggerezza e stratificazione producono una sequenza visiva calibrata e complessa.
In ogni caso l'artista possiede della sua tradizione un'impostazione molto forte della forma nello spazio, come una sorta di scultura scandita sulla superficie bidimensionale del quadro. Non a caso utilizza spesso grandi formati, adatti proprio a raccogliere una forma che si dispiega nella sua potenzialità, secondo le articolazioni che tendono almeno visivamente ad alludere ad uno sconfinamento fuori dalla cornice. La gestualità nel segno viene approfondita mediante una stratificazione che rende sempre gli strati robusti. Perché l'artista vuole con la sua energia strutturante approdare ad una forma mai labile ma incisiva. Il collante tra i vari frammenti e sempre un segno che funziona lungo un percorso di andata e ritorno, nel senso di una sua stabilità e struttura costante.
In tal modo l'opera acquista la potenza di una visione capace di funzionare secondo un movimento capace di dimenticare a memoria il passato, di tramutarlo in presenza palpitante e non disancorata da un sistema d'ordine.
Per approdare ad un nuovo ordine formale, è necessario seguire l'affermazione di Nietzsche che richiede sempre una precedente distruzione. In questo senso l'opera del giovane artista egiziano si muove dentro i territori dell'elaborazione di un immaginario che non ha bisogno di negare la storia, ma anzi di confermarla mediante il doppio movimento del suo riconoscimento come archeologia e della sua ricostruzione come base del nuovo linguaggio.
In questo senso la figura introduce sempre la bellezza che, come dice Leon Battista Alberti, e una forma di difesa. Difesa dall'inerzia del quotidiano e dall'accettazione supina del tempo che passa e tutto travolge.
La sorpresa dell'arte consiste proprio in questo; nella capacità di rispondere con la vitalità della forma, di una forma non esistente precedentemente.
Hassan si muove tra l'incertezza nebulosa del processo creativo e la certezza lancinante di un passato non citabile nella sua integrità nemmeno stilistica. Perciò l'opera diventa il mezzo attraverso cui l'artista manifesta la sua predilezione verso il presente inteso come un momento in cui la storia torna a palpitare seppure in un modo particolare e precario.
In definitiva il lavoro dell'artista faraone riafferma la possibilità dell'arte in un momento particolare della nostra epoca, imponendo uno spessore al gesto creativo che nessun altro gesto possiede. L'opera conferma la necessità di nuove forme allegoriche, capaci di parlare un linguaggio oggettivo e pregnante che sfida l’effimero della comunicazione sociale e afferma la possibilità di opporre la resistenza di un "progetto dolce" alla cultura delle previsioni che avvelena la nostra ragione.
Tale odore e assolutamente conforme alla radice africana dell'artista, apotropaica e magica, che si tende in una tensione senza sforzo da un territorio che non designa soltanto lontananza geografica, ma ampiezza storica. Nello spazio iconografico dell'arte Hassan pianta le sue immagini di Santi Neri che fissano la distanza che intercorre con il pubblico con un sentimento religioso che sembra aver abbandonato l'occidente.
Dall'oriente l'artista faraone crea un passaggio capace di raggiungere e lambire la sensibilità laica di una cultura, la nostra, tutta poggiante sul mito dello scambio utile e della interlocuzione rumorosa.
Questi santi fissano il nulla, come rivolti verso l'idealità di uno spazio senza tempo e dunque senza il rumore di sguardi mondani. Essi condensano dentro i propri popoli la condizione di assoluta sofferenza di una cultura, quella africana, profonda e altamente simbolica, aperta alla fluidità di un sentimento adatto all'assoluto e non alla precarietà del quotidiano.
Scontornati da ogni riferimento alla natura, ma inscritti nella nettezza spaziale del valore simbolico, avanzano nella pittura di Hassan animali come l'elefante, ornati di rosso e solennemente esposti allo sguardo del mondo; un sogno dentro un sogno, direbbero insieme Calderon de la Barca e Pier Paolo Pasolini. L'arte percorre sentieri non misurati dal tempo, ma dall'epifania dell'immagine.”
Roma, 21 maggio-5 giugno, Sala 1, Sacrosanto. Il Sacro nell’Arte Contemporanea.
Espone: Senza titolo, 2000, tecnica mista su tela, cm 24,5x17.
Insieme a M. Amirsoleimani, F. Bechu, A. Capaccio, P. Di Capua, R. Filippi, O. Kyu, C. Mastragostino, G. Nalls, A. Tranquilli, Yoshinobu.
La mostra é curata da Antonella Pisilli e Mary Angela Schroth, su progetto di Cosetta Mastragostino e Roberta Filippi.
In occasione della mostra viene organizzato il convegno: “Il sacro nell’arte contemporanea” alla Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea, nella sala conferenze, 4 maggio 2000.
Pavia, 4-25 novembre, Università Di Pavia, Alleviare Irrefrenabili Impulsi.
Espone: Senza Titolo, 2000, tecnica mista su carta, cm 24,5x17; Senza Titolo, 2000, tecnica mista su carta, cm 24,5x16,5.
Tra gli altri artisti J. Beuys, E.cucchi, G. De Dominicis, D. Galliano, G. Manfredini, A. Pessoli, M. Paladino, C. Parmiggiani, G. Zorio.
A cura di Pietro Finelli.
2001
Fano, 28 gennaio, nasce Jacopo il secondo figlio.
Roma, 1-27 febbraio, Sala 1, Year end Sale.
Espone: quattro lavori Santi, 1997, tecnica mista su tela, cm 30x20.
Vi partecipa con R. Annecchini, J. Benci, U. Breitenstein, A. Capaccio, S. Clark, Rogelio L. Cuenca, J. Daberning, P. Di Capua, T. di Robilant, C. Fazio, P. Flaccus, R. Hübner, O. Kyu, T. Massimi, P. Mottola, R. Pareja, C. Protto, E. Pulsoni, L. Trina, A. Sanna, S. Sanna, G. Spengler, T. Smith, S. Stucky, A. Tamilia, Tito, A. Williame, A. Zelli.
La mostra è curata da Mary Angela Schroth, Roberto Annecchini e Antonio Capaccio .
Mostra realizzata in collaborazione con Equilibri Precari e Change.
Fabriano, 24 marzo-7 aprile, Comune Sala Ubaldi, Nel Segno della Solidarietà.
Espone: Il Guerriero Santo, 2000, disegno su carta, cm 18x23.
Tra gli altri artisti presenti: J Beuys, P. P. Calzolari, G. Chiari, O. Galliani, C. Levi, N. Longobardi, R. Mambor, E. Marchegiani, G. Notargiacomo, A. Parres, L. M. Patella, M. Pistoletto, A. Pomodoro, C. Pozzati, E. Spalletti, E. Tadini, V. Valentini, G. Uncini.
La mostra è a cura di Lucrezia De domizio Durini, Giorgio Di Genova e Vittoria Urbano Giuli.
Ancona, 21 aprile-29 luglio, Mole Vanvitelliana, Immaginazione Aurea.
Espone: Sguardo Sacro, 1994, collana in argento e oro giallo; Ochcio, 1994, anello in oro e giada; Contenitore della Memoria, 1994, collana in argento e oro giallo; Racconto Africano, 1994, bracciale in argento traforato.
Tra gli altri artisti: C. Accardi, Afro, P. Casciella, P. Consagra, A. Giorgi, M. Lodola, G. Manzu, E. Mattiacci, F. Melotti, A. Pomodoro, E. Scanavino, M. Staccioli, D. Spoerri, G. Turcato e G. Uncini.
La mostra è a cura di Enrico Crispolti.
Beirut (Libano), 5 luglio-28 luglio, Hotel Pheonicia, Artuel Beirut. Salon International d’ Art Contemporain.
Espone: Santa Magda, 2000, tecnica mista su tela, cm 120x100.
Tra gli artisti presenti: P. Dorazio, A. Sofianopulo,V. Valente.
Espone con la Galleria Oprandi.
Valgatara (VR), 6 luglio-6 agosto, Ballarini Interni, Caprice.
Espone: Il Guerriero del Tempio, 2000, pigmenti naturali e tecnica mista su tela, cm 190x150.
Insieme a D. Antolini, A. Boetti, B. Ceccobelli, G. Cuneaz, E. Degani, G. Fioroni, S. Giradello, G. Meloni, B. Niedermair, L. Ontani, L. Raffelli.
La mostra e´ curata da Luigi Meneghelli.
Milano, 10 luglio-9 settembre, Galleria Pack, El Mersal.
Espone: San Kuanga, 1996, smalto e pigmenti su tela, cm. 25x20; Folcolorafrica, 2001, tecnica mista su tela, cm 50x40 ciascuno; Ahmus, 2001, tecnica mista su tela, cm 190x150; L’Incantatore, 2001, tecnica mista su tela, 190x150; Senza titolo, 2001, tecnica mista su tela, cm 220x170; Il Guardiano del Tempo, 2000, tecnica mista su tela, cm 200x155; sei lavori Angelo Acceso, 2000, tecnica mista su tela, 2000, cm 40x30; L’Equilibrio dell’Odore, 2001, tecnica mista su tela, cm 200x160; Mare, 2001, installazione, 12x5 metri; Mahrus, 1989, sabbia e pigmenti su tela, cm 30 x 40; Volto Sacro, 2001, tecnica mista su carta da pacchi su tela, cm 150x100; Contenitore di Memoria, 1996, sabbia su tela, cm. 100x100; Contenitore dell´anima, 1997, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore di sogni, 1997, acrilico e sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Essere, 1994, tecnica mista, cm 100x100;
La mostra e´ curata da Luigi D’Ambrogi e Giampaolo Abbondio.
Ithaca (USA), autunno-inverno. Sulla rivista “NKA: Journal of Contemporary African Art” Eriberto Eulisse:
“Scrittura di immagini o pittura di parole: come definire l'opera di Fathi Hassan? Non offre un significato leggibile immediato, essendo ancorata a un'oralità scomparsa. La pittura di Hassan, combinando un alfabeto arabeggiante a figure di vasi e icone di santi, racchiude una filosofia della comunicazione, non è una semplice decorazione fine a se stessa. Filosofia che consente di formulare una riflessione inedita su differenza e unità costitutiva tra oralità, scrittura e rappresentazione. Lasciando oscillare il segno in una perenne opacità, e per l'incessante rimando a un sistema di comunicazione Altro, questa pittura può essere decifrata in prospettiva semiologica per il singolare nesso che instaura tra significante e significato.
Artista di origine nubiana, Fathi Hassan ha sviluppato nei suoi lavori molteplici riferimenti che vanno compresi in relazione al profondo legame con la sua terra d'origine, ma che non possono prescindere dalla formazione e crescita artistica avvenute in Italia, dove vive ormai da oltre vent'anni. Risultato di questo mescolamento fra tradizioni artistiche differenti è un percorso fatto di rimandi incessanti ora all'uno ora all'altro orizzonte culturale, e particolarmente propenso alla pittura, ma che non disdegna lavori con installazioni, fotografia o performance. La tradizione orale, il popolo nubiano, la memoria del passato e il deserto sono i temi che l'artista predilige e interpreta con una costante ricerca di nuovi significati. Nel corso di un ventennio di sperimentazioni egli ha esplorato questi temi con esiti formali diametralmente opposti: in una prima fase coprendo le tele con una proliferazione quasi ossessiva di caratteri arabeggianti e, in seguito, eliminando totalmente la scrittura e privilegiando bianche superfici da cui emergono nudi materiali inorganici. Ma nonostante il debito verso la tradizione nubiana resti evidente, quella di Hassan è anzitutto un'arte concettuale che s'inserisce a pieno titolo nel paradigma artistico della postmodernità.
La scelta di Hassan di trasferirsi a vivere e a lavorare in Italia ha esercitato un fecondo influsso sulla sua arte, ricca di métissages e contaminazioni, ma al contempo si è anche rivelata un fattore che ha condizionato un certo isolamento dallo scenario artistico internazionale. Del resto Hassan appare nel contesto italiano più come 'anomalia' di un sistema che come spia di una società in rapido mutamento. A ciò si aggiunge il fatto che nel nostro paese l'Africa soffre ancor oggi, a causa di profondi e radicati pregiudizi, di un pesante deficit d'immagine. Nell'ambito specifico dell'arte basti citare lo stereotipo che tende a ridurre, nel senso comune (e non solo), la produzione artistica contemporanea a una sorta di manifestazione “etnica”, “tradizionale”o folkloristica. Se simili stereotipi abbondano da noi forse più che in altri paesi storicamente colonialisti, ciò è anche dovuto al mancato avvio, all'indomani del trattato di pace di Parigi del 1947, di un ampio e organico dibattito sul fenomeno del colonialismo.
Hassan ha pertanto vissuto In Italia gli effetti di una duplice emarginazione. Artista della Diaspora, egli ha sperimentato la separazione dalla propria patria, reale o immaginaria, sublimando nell'arte quel profondo senso di perdita che caratterizza la condizione dell'esiliato, e con quell'inquietudine che lo ha portato a una ricerca incessante di nuove identità. Contaminazioni tra pratiche estetiche tradizionalmente differenti, Diaspore, esili e memorie sono gli elementi che caratterizzano il terreno più fertile in cui si è sviluppato il modernismo concettuale africano.
Nato a Il Cairo (Egitto) nel 1957 da genitori nubiani, Hassan riesce a coronare ancora giovanissimo il sogno di studiare arte in Italia. Nel 1979 arriva a Napoli, dove viene accettato per frequentare la sezione teatrale dell'Accademia delle Belle Arti. Egli dedica tuttavia il suo tempo per lo più alla pittura, elaborando gradualmente lo stile fluido di una scrittura completamente inventata, che usa per riempire tele di grandi dimensioni con grafismi dai tratti arabeggianti, ma indecifrabili a chiunque, arabo od occidentale. Poco prima del conseguimento della laurea all'Accademia di Napoli, una mostra del 1983 lo porta all'attenzione della critica come giovane artista emergente. Inizia così un periodo di grande crescita artistica che sfocia, cinque anni più tardi, con la partecipazione alla Biennale di Venezia, nello spazio Aperto 88. Primo artista della Diaspora africana a ricevere un invito ufficiale dalla più antica Biennale al mondo (nel 1988 diretta da Giovanni Carandente), Hassan viene selezionato da una commissione internazionale presieduta da Dan Cameron. Ma per meglio comprendere l'evoluzione di questo artista, è necessario ripercorrere brevemente le tappe fondamentali del suo lavoro.
All'inizio degli anni '80 la produzione pittorica di Hassan si caratterizza essenzialmente per il riempimento di ogni spazio libero di tela con una grafia caotica e incomprensibile, animata da un profondo horror vacui. Si tratta di temi grafici che traggono origine dai caratteri variabili della scrittura araba, ma che rispondono a una logica del tutto propria. Tale scrittura è, in realtà, flusso ininterrotto che fonde ricordi e sogni autobiografici a brandelli di passato della Nubia, nel tentativo di scrivere un capitolo della memoria collettiva di un popolo dimenticato, con i racconti dei loro protagonisti ormai scomparsi: il mondo di quanti hanno vissuto le conseguenze drammatiche della costruzione della diga di Assuan. Il mormorio sommesso di questa scrittura, inoltre, si rifà all'uso delle donne nubiane di dipingere immagini e frasi sui bianchi muri cotti dal sole delle proprie case, per raccontare storie di vita e di amori lontani. Hassan, che nell'adolescenza aveva frequentato i luoghi nativi dei genitori, ed esattamente dove il Nilo incrocia il confine tra Sudan ed Egitto, si appropria di questa pratica 'tradizionale' per raccontare la sua storia, l'esilio volontario, e tuttavia con una sostanziale differenza rispetto alla 'tradizione': senza cioè che la scrittura abbia un significato comprensibile e che vi sia una storia leggibile. Hassan re-inventa la scrittura con una particolare semiologia e consegna a questa l'essenza del carattere volatile di un'oralità perduta.
In questo omaggio alla tradizione orale e alla storia non scritta, Hassan opera volutamente con segni grafici che non consegnano il passato al presente nella forma di un'interpretazione o significato codificati una volta per tutte. L'enfasi di questo senso di perdita, al contrario, viene reso efficacemente proprio con l'opacità di una scrittura illeggibile, con l'azzeramento di ogni senso dell'immagine. Operazione stilistica e concettuale che non si esaurisce dunque nella semplice rievocazione nostalgica del passato o di una patria perduta, la sua opera è anzitutto canto di una sofferenza collettiva, denuncia di una lotta ad armi impari. Disagio e angosciosa memoria con cui è difficile ma irrinunciabile convivere, e che si traduce in pittura con tratti arabeggianti che giungono a coprire ogni spazio possibile di tela, come racemi rigogliosi di crescita organica, e senza mai esaurirsi in un significato definitivo o nel segno illusorio di una scrittura. In alcuni successivi lavori fotografici e performance, il tono di contestazione al neocolonialismo dell'occidente e la denuncia dell'oggettiva condizione dei vinti si fanno particolarmente accesi.
Un ritorno prolungato in Nubia è all'origine di una ricerca formale con esiti radicalmente diversi dai precedenti. Nella seconda metà degli anni '80 Hassan azzera i caratteri esuberanti della scrittura inventata ed elabora “una poetica costruzione dello spazio, dedicata al bianco, essenziale all'apparenza ma carica di eventi, che stanno dietro lo schermo della superficie e dentro il ventre gravido della scultura”. In questa breve ma intensa fase, che è anche quella presentata alla Biennale di Venezia, i lavori di Hassan sono tele bianche sulle cui superfici vengono inseriti materiali poveri come cartone, canne di bambù, tela grezza, corde, reti metalliche, sacchi e pietre. Oggetti e materiali che emergono con forza dalla superficie del bianco: ora con linee curve e sinuose, ora stagliandosi invece con geometrie chiaroscurali, a seconda dell'intensità luminosa cui sono esposti. Il Passaggio (1987), uno dei lavori più rappresentativi di questo periodo, è un invito per l'uomo a non lasciar traccia del proprio transito nel mondo senza una crescita spirituale parallela. Lo spago che ricompone la tela lacerata (e che allude alle ferite da cucire, perché ancora vive, nella memoria del popolo nubiano) increspa lievemente la superficie bianca, con un'intensità sempre variabile, catturando la luce e facendola affondare nelle pieghe della tela. In quest' opera, come ne Il Passo dell'Uomo Leggero (1988), lo sguardo dell'artista è tutto ripiegato su se stesso, memore del deserto, dei suoi assoluti e inauditi silenzi, tradotti pittoricamente con un bianco che è metafora di uno spazio solo apparentemente conosciuto e conoscibile. Tutto è assorbito da questa dimensione 'astratta' del bianco: spazio inteso anzitutto come assenza di colore. L'attenzione dell'artista si concentra così sullo studio dei puri rapporti formali, dei dialoghi inattesi che scattano fra nudi oggetti e il bianco rarefatto di superficie. Nella tela dell'opera Il Sahara non Ama la Tecnologia (1989) vengono inseriti pezzi di motore, ruote di bicicletta e altri relitti tecnologici con un'ottica precisa: criticare quel modello di pensiero che postula una superiorità del sapere tecnologico e alimenta l'illusione d'onnipotenza dell'occidente.
In Incastro Condizionato (1990) la critica al razionalismo tipico del mondo occidentale si concretizza invece in una composizione dove l'immagine di Marcel Duchamp è incastrata in uno spazio angusto, tale da rappresentare i limiti di questo pensiero in campo artistico (e di cui sarebbe stato vittima lo stesso Duchamp): un razionalismo concettuale eccessivo che genera mal di testa e che contrasta con la profondità e la naturalezza che l'arte dell'Africa ha sempre espresso. In basso, un sacco di tela richiama il dramma del popolo nubiano, e il suo contenuto resta nascosto, lontano da sguardi indiscreti. Racchiuso in questo piccolo sacco v'è, per l'artista, un diverso 'fare' della comunicazione: quello di una tradizione orale che è stata cancellata con il suo popolo, e che pertanto non può essere svelata in modo immediato e comprensibile. Lo slittamento perenne del significato, che in precedenza abbiamo riscontrato sul piano della scrittura, s'impone ora anche sul piano dell'immagine, di cui risulta enfatizzata la sola valenza significante.
Ma l'idea di un diverso status ontologico dell'oralità, che sfugge tanto al razionalismo tipico del mondo occidentale quanto a ogni segno cristallizzato, si trova magistralmente espressa in alcune installazioni dove non vi sono altro che sacchi di iuta appesi a una catena o a uno spago: Maratsad (1987), Nubia (1988) e Se vi dessi dieci volte la mia anima, non vi basterebbe (1990). Anche qui, si tratta di semplici sacchetti di tela il cui contenuto resta a pochi passi dall'osservatore, eppure inaccessibile: il loro significato è nascosto, 'segreto', non meno di quello della scrittura inventata che caratterizza la fase precedente. In realtà questi piccoli sacchi racchiudono secoli di storia, di tradizioni e di cultura del popolo nubiano, ormai spazzati via per sempre: sono grido, gemito di dolore che nessuna scrittura può significare. Hassan lascia dunque intenzionalmente il contenuto/significato di tali installazioni nell'opacità, e non solo perché questo è ormai scomparso, al pari del suo popolo, ma prima ancora poiché le modalità cognitive Altre della cultura orale non sono omologabili né ai codici propri della scrittura né al genere delle comunicazioni di massa. L'agognata osmosi con gli immensi spazi e i devastanti silenzi del deserto è anche, per Hassan, rigetto del proliferare di messaggi della babele contemporanea e dell'appiattimento delle comunicazioni dei mass media. A questi s'oppone il deserto che, trasposto su tela, si traduce in bianco accecante, al pari della luce che in esso regna sovrana: una luce tragica e non consolatoria, custode di archetipi incompatibili con le vane illusioni offerte dalla tecnologia.
A partire dai primi anni Novanta, Hassan sintetizza e rielabora in pittura le sperimentazioni sviluppate nelle fasi precedenti: l'horror vacui della scrittura inventata e la tensione minimalista nei rapporti spaziali del suo successivo 'periodo bianco'; ovvero, il vociare incessante della tradizione orale e l'inquietante silenzio del deserto. In questa fase, oltre a uno spiccato interesse per il colore e la qualità della sua resa pittorica, cominciano a svilupparsi figure di una concentrata iconicità. Ricompare dunque l'alfabeto inventato, ma ora i tratti arabeggianti appaiono più controllati, 'chiusi' dentro la figura di un vaso. In questo spazio circoscritto, l'artista realizza matericamente i caratteri alfabetici con granelli di sabbia su tela, infondendo alla scrittura una fluidità e un'eleganza maggiore, fino a creare una vera e propria calligrafia. Calligrafia che sorge e viene elaborata essenzialmente per rievocare la tradizione orale perduta della Nubia.
E' in questa fase che la funzione plastica del segno si trasforma in immagine compiuta, rivelando l'ambiguità fondamentale, lo scarto minimo che separa scrittura e rappresentazioni. Invero in alcuni vasi, la cui superficie si confonde indistintamente con ciò che è contenuto (materia sabbiosa sovrapposta a lettere illeggibili), l'immagine slitta perennemente nell'opaca configurazione di una scrittura. Altrove, invece, sono gli stessi caratteri dell'alfabeto che arrivano a formare letteralmente la rappresentazione.
E' allora l'immagine che diventa scrittura o la scrittura che si trasforma in immagine? E' cioè la forma precostituita di un vaso a contenere e limitare lo spazio di estensione della scrittura oppure, all'opposto, è l'insieme stesso delle lettere che determina la forma dell'immagine?
La domanda non è irrilevante per il semiologo: nell'ordine della percezione, come ha sottolineato Roland Barthes, immagine e scrittura non sollecitano lo stesso tipo di conoscenza. L'immagine è più imperativa della scrittura e “impone una significazione di colpo”, senza bisogno di analisi. Fra immagine e scrittura, tuttavia, non esiste nessuna “differenza costitutiva”. Ogni immagine diventa scrittura a partire dal momento in cui è significativa, e la stessa storia delle scritture ne reca valide testimonianze. In tal senso non è scorretto vedere nei vasi di Hassan una sorta di materializzazione pittorica di questa unità costitutiva tra immagine e scrittura. In essi, invero, la differenza tra calligrafia e immagine è come azzerata, ridotta a uno scarto minimo, quasi nullo, a una sorta di grado zero che riecheggia le funzioni segniche delle più antiche scritture.
Contenitore del Sahara, Contenitore di racconti, Contenitore di segreti, Contenitore di sogni, Contenitore di memoria: sono vasi che racchiudono significati totalmente incomprensibili, se non fosse per il titolo. Qui, la sovrapposizione di immagini a scritture, anziché offrire un significato dai contorni netti, imprigionato in una definizione cristallizzata una volta per tutte, da un punto di vista semiotico amplifica la sola funzione del significante (e allo scopo di evocare un'oralità perduta). Se l'artista esprime dunque il senso di perdita di questa tradizione con un segno (scritto o dipinto), ciò che conta non è mai il significato, che resta costantemente indecifrabile, ma la combinazione di elementi formali che consentono al significante una fluttuazione libera e densa di evocazioni. Le opere di Hassan si costruiscono sulla lacuna, sulle interferenze che cancellano la portata del messaggio, sul non-detto, sull'uccisione del significato. La tradizione orale, in questa poetica, affida la sua fragile essenza a un segno plastico che ha la sola funzione di significante, giacché la sua natura è come l'acqua del fiume Amele che -sosteneva Platone- tende a corrompersi da un momento all'altro, e dunque nessun vaso può conservare.
Nella successiva produzione di Hassan il repertorio figurativo si amplia e si sviluppa all'interno degli stessi vasi colmi di caratteri incomprensibili. Alberi, foglie, animali, visi e corpi umani si mescolano al suo alfabeto illeggibile: scritture e immagini enigmatiche si confondono e si fondono incessantemente nei granelli di sabbia imprigionati su tela, e senza che sia mai possibile distinguere con esattezza dove inizia la calligrafia e dove finisce la rappresentazione. In questa evoluzione il vaso -simbolo onnipresente nella pittura di Hassan- si trasforma lentamente e assume la forma del corpo di un santo: Santa Samira, Santa Fatma, Santa Kausar. Anche qui, l'indistinta configurazione del corpo-contenitore oscilla sempre tra rappresentazione e scrittura, tra calligrafia e immagine, poiché allude a un sapere incompatibile con una sua trascrizione grafica: un sapere non soggetto all'esegesi, bensì a una perdita continua, destinato a un'inevitabile dispersione.
Sarebbe riduttivo interpretare l'ultima produzione pittorica di Hassan come un semplice esercizio formale e decorativo, teso a 'esoticizzare' un'antica tradizione. Evocativi segni arabeggianti, vasi e visi di santi si fondano sull'indistinta configurazione di un segno per rivisitare la tradizione orale della Nubia con una particolare configurazione semiologica e opporsi, per definizione, sia alla sintassi della scrittura sia all'appiattimento della cultura mass-mediologica, che portano con sé il rischio di ridurre a stereotipo la specifica dimensione cognitiva e temporale in cui s'iscrive l'oralità. L'aura di mistero che avvolge le ieratiche icone di Hassan consegna alla sola immaginazione il suo spettro infinito di possibilità.
In tutto il suo sviluppo la ricerca artistica di Hassan non si esaurisce, in definitiva, nella perfezione del messaggio che intende comunicare: al contrario, il suo valore risiede nella continua opacità del segno, oscilla tra non detto e non dicibile, tra slittamento perenne del significato e costante amplificazione del significante. E' quanto abbiamo potuto scorgere nella prima fase della sua produzione con la caotica profusione di lettere inventate: periodo in cui l'artista focalizza l'attenzione sul puro atto dello scrivere/dipingere, concentrandosi sulle lettere dell'alfabeto indipendentemente dal loro senso. Qui, lo sviluppo del segno plastico come scrittura costruisce un tessuto di significanti che non richiede una leggibilità per esserci, poiché allude a quel diverso status ontologico dell'oralità che non è omologabile alla scrittura. In una seconda fase, il flusso ininterrotto di questa scrittura inventata viene pressoché azzerato e lascia il passo alla nuda essenzialità dei rapporti formali che tessono reciprocamente materiali e oggetti inseriti su tela, in una superficie astratta e bianca ma magicamente densa di evocazioni, di significazioni possibili: vuoto di parole e assenza di scrittura che tuttavia appaiono gravidi di voci, di storie, di racconti inenarrabili. Il sacco delle installazioni si traduce così in pittura nell'arcana forma del contenitore, che mostra ciò che contiene ma senza che vi si possa attribuire un significato, poiché le lettere di cui è composto (e che formano l'immagine stessa) risultano totalmente indecifrabili. L'ultima fase, che caratterizza anche la produzione attuale, non può essere considerata come a sé stante poiché condensa e riassume la poetica sviluppata nelle fasi precedenti, con vasi e icone di santi che non svelano il proprio enigma. In definitiva, quando Hassan inventa una scrittura priva di significato, o la riproduce su sacchi di tela, vasi o santi dipinti, egli compie un'operazione non solo stilistica ma squisitamente concettuale, che s'iscrive nel linguaggio artistico della postmodernità - e non in quello della 'tradizione'.
L'arte di Hassan si contraddistingue per il rapporto sempre mutevole che instaura tra immagine e scrittura con la morfologia di una riflessione non puramente estetica. Vasi e sguardi assenti di santi celano costantemente il loro segreto e non affidano ad alcun significato pronunciabile questo messaggio, poiché altrimenti perderebbero la propria intrinseca e originaria bellezza, che si radica sulle modalità cognitive Altre di un'oralità perduta.
Nell'opera di Hassan, simbolo onnipresente della primigenia unità costitutiva tra immagine e scrittura è la forma del vaso-contenitore che racchiude in sé, pur senza mai manifestarlo, il significato (ultimo) di tutti i significati possibili. Ed è dietro la cortina di questo metamorfico stadio originario dell'Arte della scrittura e della scrittura dell'Arte che lievita, libero e incontrastato, quel significante da cui trae nutrimento un' opera volta a commemorare, e con una configurazione semiotica non casuale, la tradizione orale di un popolo scomparso.”
Trevi, ottobre, Flash Art Museum, Palazzo Lucarini, Extra Vergine.
Espone: Invaso, 2001, pigmenti naturali e sabbia su tela, cm 120x100.
Tra gli altri artisti: U. Bartolini, B. Benuzzi, M. Consiglio, P. Gandolfi, J. Isaac, F. Tulli.
La mostra è cura di Pio Monti.
Roma, dicembre, Galleria Pio Monti, Fra Cielo e Terra.
Espone: Safir in Cammino, 2001, acrilico su tela, cm 100x100.
Tra gli artisti presenti A. Boetti, G. De Dominicis, T. Festa, Y. Klein, M. Kostabi, L. Ontani, V. Pisani, C. Pintaldi, M. Schifano.
Presentazione in catalogo di Angelo Capasso.
Il Cairo, 7 dicembre-11 gennaio 2002, Mashrabia, My Sister, the Palm.
Espone: Nakhla, 2001, matita su carta, cm 24x19.
Tra gli artisti presenti: M. Abla, E. Dawistashi, O. Faiumi, H. Lotfi, E. Maruuf, M. Naghi, M. Nasr, W. Nassar, H. Nawar.
La mostra e´ curata da Stefani Angarano.
2002
Parma, 2 febbraio-3 marzo, Palazzo Pigorini e Galleria San Ludovico, Una Babele Postmoderna. Realta´ e allegoria nell´arte italiana degli anni ´90.
Espone: Guerriero, 1999, tecnica mista su tela, cm 180x140.
Tra gli artisti K. Andersen, M. Basile´, C. Bonomi, F. D´Angelo, Francesco Di Lernia, F. Favelli, F. Impellizzeri, C. Passa, S. Scheda, A. Sofianopulo.
La mostra e´ curata da Edoardo Di Mauro.
Rastatt (Germania), marzo-aprile, Meravigliaafrica.
Espone: San Tawhid, 2002, disegno su carta, cm 50x30; San Elham, 2002, disegno su carta, cm 50x30; San Mustafa, 2002, disegno su carta, cm 50x30; Il Principe d’Egitto, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; Contenitore di Memoria, 1998, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore di Sogni, 1998, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore di Anima, 1998, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore di Essere, 1998, sabbia su tela, cm 100x100;
La mostra è cura di Ushi Schmitt.
Roma, 10-30 aprile, Palazzo Sora, Welcome 02.
Espone: Feluca, 1998, sabbia del deserto su tela, cm. 280x500.
Gli altri artisti presenti nella sezione Africa sono G. de Canino e E. Frolet.
La mostra e´ a cura Francesca Pietracci.
Le opere sono esposte successivamente a Roma, Palazzo delle Esposizioni, 10-30 maggio; Palombara Sabina (RM), Castello Savelli, 15-30 giugno.
Lahr (Germania), 21 aprile-2 giugno, Art-Pro-Art, La Sostanza dell’Anima.
Espone: Affetto, 2001, tecnica mista su carta, cm 35x24; Senza titolo, 1995, disegno su carta, cm 50x30; Il Mahmal di Knuz, 1998, sabbia del deserto su tela, cm. 264x337; Contenitore dell’Anima, 2001, pigmenti su tela, cm 100x100; Contenitore Sacro, 2001, sabbia su tela, cm 100x100; Contenitore Prezioso, 2001, sabbia su tela, cm 150x100; La Visione, 2001, tecnica mista, cm 190x150; Il Principe Ama il Nuovo Mondo, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; Il Guardiano del Tempo, 2000, tecnica mista su tela, cm 200x155; L’Acrobata, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Sposa del Nilo, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; L’Anima del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Casa di Mansur, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Sostanza dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; L’Uomo Moderno, 2001, tecnica mista su tela, 190x150; San Kuanga, 2002, tecnica mista su tela, cm 180x140.
La mostra e´ curata da Michael Schmitt.
Nel testo introduttivo, Franz Morat afferma:
“Meine Damen und Herren,
wer die Einladung bekommen hat, den Namen liest, den Maler sieht,[...] der kommt natürlich nicht darum nun, weil er ja doch verhältnismäßig afrikanisch aussieht, im Rahmen künstlerischer Überlegungen und Betrachtungen, über die Zusammenhänge von Afrika imd Europa, afrikanischer Kunst und europäischer Moderne ins Nachdenken zu geraten. Und das ist in seinem Fall durchaus von besonderer Bedeutung, weil es sich hier eben nicht so verhält, wie man im ersten Anlauf denken könnte. [...]
Es gibt sozusagen einen Entwicklungsstrang, der irgendwo ganz anders verläuft als die inzwischen ja auch schon über hundertjährige Geschichte des Einflusses afrikanischer Kunst in Europa, der sehr viel weiter in die Vergangenheit zurückreicht, sogar weiter als in die griechische Antike, nämlich in die Jahre ab 2500, 2000 vor Christus, nämlich in die Geschichte des alten Ägypten des Oberlauf des Nil, Nubiens. Und damit sind wir dann beim eigentlichen Stichwort.
Fathi Hassan ist ein klassischer Nubier, wenn Sie so wollen, sein Vater kommt aus der Gegend des nördlichen Sudan, seine Mutter aus der Nähe von Luxor. [...]Die Nubier wiederum sind eng verwandt mit den äthiopischen Kopten und damit kommt ein anderer Entwicklungsstrang in den Blick, nämlich der Einfluss des Islam auf die Kunstentwicklung, der in seinem Fall sehr viel geringer war, weil er eben ein Kopte ist, also eine fast antike Form des frühen Christentums.[...]
Also ein völlig anderer Entwicklungsstrang, in dem die afrikanische Stammeskunst überhaupt gar keine Rolle spielt. Wohl aber spielen islamische Einflüsse eine gewisse Rolle. Er hat mir eben berichtet, dass sein Vater ursprünglich koptischer Christ war dann zum Sufismus übertrat, einer Art Mönchsorden des Islam, der sich vom fundamentalistischen Islam erheblich entfernt und cher auch an antike altchristliche Traditionen anknüpft. Gleichwohl hat man sich dort sehr viel mit Kalligraphie und Schrift befasst; die Schrift, wie er mir vorhin erklärte, was ich so nicht wusste, was mir außerordentlich interessant war, spielt in den Sprachen, die die Nubier heute sprechen, kaum eine Rolle, weil es sich fast ausschließlich um mündliche Überlieferungen handelt. Gleichwohl hat aber die Beschäftigung mit der arabischen Schrift für ihn auch in bildkünstlerischer Hinsicht eine beachtliche Rolle gespielt.
Er war, nachdem er in Cairo geboren war und dort aufwuchs, zunächst bis zum Ende der Schulzeit nicht spezifisch bildkünstlerisch aktiv, hat aber dann in den vier Jahren zwischen dem 18. und dem 22. Lebensjahr sich doch im Irak und an anderen Stellen um verwandte Gebiete, auch des Theaters, der Literatur gekümmert und kam dann als 22-jähriger über den Umweg Sardinien nach Neapel, wo er an der sehr berühmten und altehrwuerdigen Accademia delle Belle Arti studiert hat, volle vier Jahre, also bis zum Jahr 1984. Er blieb dann noch weitere zwei Jahre in Neapel und kam dann, wie das immer so ist im Leben, mit Zufällen verbunden, in die Gegend von Pesaro, wo er seit über zwanzig Jahren lebt, genauer in Fano.[...]
Zurück zur Beschäftigung mit der Schrift. Wie das Leben so spielt mit den Zufällen, es gibt hier in diesem Raum ein Werk, ein Bild, nämlich diese ausgemalte Nische, die quasi nebenbei -wann? gestern, vorgestern?- also jedenfalls in diesen Tagen entstand aus Anlass seiner Anwesenheit zu dieser Ausstellungseröffnung. Und da schen Sie nun auf den ersten Blick, wenn Sie sich den oberen Teil anschauen, was für eine Rolle die Schrift spielt, die Kalligraphie, ich bin nicht in der Lage, zu identifizieren ob es eine echte Schrift ist und weiche Sprache das allenfalls sein könnte, doch jetzt sche ich immerhin ein paar Zahlen. Also es ist kompliziert und möglicherweise ist es auch eine Phantasieschrift. Aber die Art und Weise, wie diese Zeilen zusammengchen, mit den Gefäßen, von denen ja einige ihrerseits schriftmäßig gewissermaßen, also lesbar in der Abfolge angeordnet sind, das zeigt bereits diese enge Verbindung von Schrift, von Kalligraphie und Bild, wo eben die Schriftzeichen zu bildnerischen Elementen werden. Ganz anders tritt das dann in zahlreichen anderen Bildern wieder ein, diesmal italienisch, was ja sozusagen zu seiner Muttersprache geworden ist, da gibt es aber auch noch eine arabische Zeile drüber. Bemerkungen, Abbreviaturen, nicht mal ganze Sätze, die hineingeschrieben sind, die aber, rein bildnerisch gesprochen, nicht den Stellenwert erreichen, den die Schriftzeichen in diesem Fresco, wenn man so will, besitzen. Es sind vielmehr literarische Assoziationen, die eine Stimmung aufrufen, in der man angeregt wird, diese Bilder zu betrachten.
Die Einladung zu dieser heutigen Eröffnung lag ein paar Wochen bei uns aus und da stand ja auch drauf, dass ich hier heute spreche und das hat mir auch ein paar, sagen wir es mal etwas zurückhaltend, skeptische Fragen oder erstaunte Fragen eingetragen.
Der Galerist Albert Baumgarten ging sogar so weit, meiner Frau die Frage zu stellen, wie ich denn dazu käme, dieses Beispiel von „Airport"-Art öffentlich zu kommentieren. Das ist ein von seiner Seite eine klare Missbüligung gewesen oder zumindest ein Verwundem. Der Mann unterliegt mehreren Irrtümern.
Erstens ist der Begriff „Airport"-Art eindeutig besetzt. Damit meint man im Kunstbetrieb Hervorbringungen von professionellen afrikanischen Schnitzern, die ausschließlich für den Tourismus arbeiten. Die also existierende sehwarzrafrikanische Skulpturen- wie ich eingangs erläuterte hat das mit den Nubiern gar nichts zu tun, diesem ganz anderen Entwicklungsstrang im Osten Afrikas - die also traditionelle Stammeskunst, wie man das auch nennt, hernehmen und daraus mehr oder weniger primitive Kopien herstellen, die ausschließlich für den Tourismus verwendet werden, daher der Name. Die kommen dann in die Souveniershops in den großen internationalen Flughäfen und werden also dort von den Touristen, sozusagen en passant, mitgenommen. Das sind Hervorbringungen, die in der Regel künstlerisch belanglos und wertlos sind und schon von daher verbietet sich die Frage auch dann, wenn man nur dieses eine Bild kennt, [...]welches eben auf der Einladung reproduziert ist, und etwas anderes kannte er ja nicht, konnte er ja auch nicht kennen. Denn im Unterschied zu Italien, wo er heute ein relativ bekannter Name ist, ist Fathi Hassan in Mitteleuropa überhaupt noch nicht bekannt und dieses hier ist, soweit ich sche, überhaupt die erste Präsentation, zumindest die erste Präsentation dieses Umfangs nördlich der Alpen.
Also Baumgarten konnte das nicht wissen. Er nahm ausschließlich diese eine Reproduktion zum Anlass für die Frage, die also in diesem Punkt und wie ich, glaube ich, mit hinreichender Klarheit ausführte, völlig deplaziert ist und überflüssig ist.
Man kann nachvollzichen, warum er zu der Frage kommt. In der Tat gibt es innerhalb des Oevres von Fathi Hassan ein gewisses Spannungsverhältnis. [...] Und da kann man natürlich ins Grübeln kommen, und ich fühlte mich spontan an eine Begebenheit bei den Donaueschinger Musiktagen erinnert, als im Rahmen eines Publikums-gesprächs der seit Jahrzehnten im Rheinland lebende argentinische Komponist Mauricio Kagel auf die Frage, ob das was er hier tue, nun E-Musik oder U-Musik sei, antwortete, ich unterscheide nicht. Eine tiefe Wahrheit steckt in dieser scheinbar scherzhaften und saloppen Äußerung, weil, wenn man die Dinge mal genauer betrachtet, die Abgrenzung tatsächlich nicht möglich ist. Die Dinge liegen einfach, wenn Sie eine Beethoven-Sinfonie mit einem Schlager von Vico Toriani vergleichen, aber das Leben allgemein und insbesondere die Kunst sind nicht so einfach und abgeschen von der Vielzahl der Fälle, wo hier Eindeutigkeit herrscht, wird man bald herausfinden, dass Grenzziehung, Abgrenzung, gerade in den Grenzbereichen, definitiv in der Sache begründbar, unmöglich sind. [...]
Aber um an diesem Beispiel festzuhalten, ich würde unter keinen Umständen so weit gchen, gewissermaßen E-Kunst und U-Kunst zu unterscheiden. Und das jetzt der E-Kunst zuzuschlagen und das hier cher der U-Kunst (zeigt auf die besprochenen Bilder). Aber immerhin kann man an der Bandbreite, die diese beiden Arbeiten repräsentieren und veranschaulichen, doch etwas über dieses Problem studieren und ein wenig darüber nachdenken.
Aber um es noch einmal ausdrücklich zu betonen, eine Abgrenzung oder Grenzziehung ist de facto unmöglich. Es kommt auf jeden Einzelfall an und man muss diese Gewichtsverteilung in jedem Einzelfall wieder neu berücksichtigen, neu in den Blick nehmen, erneut darüber nachdenken.
Es ist nicht das Schlechteste, wenn man von einer Malerei sagen kann, dass sie das tut, dem buchstäblich simultan, also in einem Blick erfassbar, erlebt der aufmerksame Betrachter ja auch gegenläufige Elemente, die sozusagen innerbildlich einen Kontrast herstellen und ihrerseits hier ein Spannungsverhältnis aufreißen zu anderen Zonen des Bildes [...], die diese Spannung, die jetzt zwischen diesen beiden unterschiedlichen Werken entsteht, sozusagen in ein einziges Bild hineinholen und schon dadurch eine Dynamik entwickeln, die der genauen Beobachtung und des Nachdenkens über sie durchaus wert ist. Im übrigen halte ich [seine Bilder] für sehr geeignet, um einmal über dieses ewige sich über riesige Zeiträume sich hinentwickelnde Geflecht unterschiedlichster Kulturen und Einflüsse nachzudenken und diese Bilder sind zweifellos ein geeignetes Dokument für den Nachvollzug dieser Entwicklungsgänge.
Fathi Hassan ist jetzt ein Mann um die Vierzig, das ist für einen Maler noch relativ jung, anders als in der Musik ist man mit vierzig noch ein junger Maler. Er ist seit zwanzig Jahren in Italien. Ich wünsche ihm von Herzen ein sehr langes Leben, insbesondere dass er auch in weiteren Jahrzehnten diesen Weg fortsetzt, der außerordentlich interessant begonnen hat und der wie ja nun die allerjüngsten Arbeiten sehr eindrucksvoll zeigen, eine sehr substantielle Entwicklung für die Zukunft verspricht.
Wichtig ist, und das ist ein anderer zentraler Punkt bei diesen Arbeiten, dass dieses verheerend saisonale, was der Kunstbetrieb heutzutage bekommen hat, hier sozusagen effizient konterkariert wird; dass es ihm nicht darum geht, zu jedem Frühjahr eine neue Mode auf den Tisch zu bringen sondern dass Fathi Hassan hier mit eindrucksvoller Unbeirrbarkeit an seinem Weg festhält, der ohne Frage der einer ganz traditionalistischen und klassischen Malerei ist, in seinem Fall kann man sogar sagen im Extrem geradezu, weil er sich ja nun auf Entwicklungsstränge und Traditionen beruft, die Jahrtausende zurückliegen und aus denen sich dieses sehr komplizierte Verhältnis zu den Traditionen [ergibt?] -man muss nur an den Antagonismus von Bild und Islam denken; nicht zufällig deswegen auch die Einbeziehung der Schrift eben als kalligraphisches und damit bildnerisches Element.
[Zu] all diesem schwer durchschaubaren, aber außerordentlich interessanten Gemisch und aus dieser Entwicklung haben sich jetzt nach zwanzig Jahren Aufenthalt in Italien, den er ja auch dazu genutzt hat, die große italienische Tradition aufmerksam zu studieren, [Elemente ebendieser hinzugesellt?]. Wir sprachen grade vorhin über Tizian im Museo Carpe del Monte, wo sich der bedeutendste Saal dieses vielleicht bedeutendsten Malers aller Zeiten befindet oder Carravaggio in der Kirche Piemonte de la Misericordia. Das sind alles Dinge die natürlich hier auch einfließen und die in einer sehr authentischen Weise verarbeitet werden, die es ohne weiteres ausholten kann, wenn man mal im einen oder anderen Punkt im Detail vielleicht auch mal ein bisschen die Stirn runzelt. Die unkomplizierte glatte leicht einzuordnende Kunst ist seine Sache nicht und meine auch nicht, und deswegen empfinde ich sehr viel Sympathie für diese Dinge.”
La mostra prosegue a Rimini, nello Spazio RM12 art&design, settembre; Riccione, nella Rosini & C., ottobre.
Urbino, 25 maggio- 23 giugno, Palazzo Albani, Transiti.
Espone: Senza titolo, 2002, tecnica mista su carta, cm 162x49.
Tra gli artisti F. Fossati, M. Guasti, G. Lepore, J. Pacheco, A. Pomodoro, E. Ricci, L. Sguanci.
La mostra e´ a cura di Bruno Cecci.
Roma, 15 giugno-15 luglio, Palazzo delle Esposizioni, Vento del Deserto.
Espone: La Sostanza dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; due lavori Il Patrimonio del Nomade, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190 ciascuno; L’Anima del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Casa di Mansur, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Sposa del Nilo, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; L’Acrobata, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; Il Guardiano del Tempo, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x155; Il Principe Ama il Nuovo Mondo, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100.
La mostra e´ a cura di Francesca Pietracci.
Verona, 15 giugno-31 agosto, Spirale Arte, Occidente Oriente.
Espone: Il Guerriero Sacro, 2001, tecnica mista su tela, cm 190x150.
Vi partecipa con G. Asveri e S. Barnils, M. Shafir.
Alessandria d’Egitto, settembre, Bibliotheca Alexandrina, Imagining the Book.
Espone: Smira è con noi, 1992, tecnica mista su legno, cm 22x18.
Tra gli altri artisti M. Abla, H. Dirnaichner, M. El Razaz, L. Karnouk, M. Nassr, W. Shawky.
Cologne (BR), 20 settembre-20 ottobre, Municipio, Africa e non solo.
Espone come da illustrazioni in catalogo: Temere, 2002, tecnica mista su tela, cm 80x80; installazione, 2002; performance, 2002.
Insieme a A. Assaf, T. Eshetu e A. Kichou.
La mostra è a cura di Mary Angela Schrott, scrive nel catalogo:
“Fathi Hassan fa parte di un piccolo nucleo di artisti affermati stranieri in Italia. Il suo lavoro ha raggiunto riconoscimenti critici e di mercato di alto livello. Eduardo De Mauro, a Parma nel 2002, nella sua mostra Una Babele Postmoderna dei 50 artisti più significativi in Italia, ha incluso Hassan quale unico artista straniero. E’ facile sapere perché. Nei suoi quadri e nelle sue installazioni vi è un meraviglioso intreccio fra l’Egitto e l’Italia ottenuto attraverso l’uso della calligrafia inventata unita all’immagine figurativa, un link con la tradizione nubiana visibile sui muri delle case e la transavanguardia pittorica italiana degli ultimi anni.
Ma Hassan non è un esotico del deserto bensì un colto e raffinato conoscitore dell’arte contemporanea di questo secolo; non per caso i suoi autoritratti rendono omaggio a Picabia, a Duchamp, a Warhol. Le sue performance riflettono i suoi incontri con Beuys e Mario Martone. Negli ultimi lavori qui in mostra vediamo una continuità di espressione attraverso l’uso pittorico dei segni grafici di sempre ma mescolati ai riferimenti dei suoi antenati africani, gli espressivi guerrieri nubiani, insieme con i suoi visionari “santi” africani, gli elefanti ed i cammelli che volano. Hassan quindi in questi ultimi anni rivendica le sue radici africane come paesaggio dopo la battaglia nella sua personale diaspora.”
La mostra viene trasferita a Roma, Sala 1, 10-29 gennaio 2003
Fano, settembre. Dopo anni di collaborazione con la Galleria Pack, decide di essere rappresentato da Roberto Bencivenga; nonostante il cambiamento mantiene rapporti di amicizia con D’Ambrogi. Roberto Bencivenga vede Il Campo di Cotone e attraverso un ragazzo di Fano riesce a farsi presentare l´artista da cui vuole acquistare numerosi lavori. Hassan gli propone di aprire una galleria a Pesaro assicurandogli un contratto in esclusiva.
Molfetta (BA), 1-20 settembre, Sala dei Templari, Il mare.
Espone: La Sposa del Nilo, 2002, sabbia e pigmenti su tela, cm 95x140.
Con: A. Casciello, O. Galliani, B. Lindstrom, F. Marrocco, B. Zimmer.
A cura di Luciana Cataldo.
Rimini, 14 settembre-5 ottobre, Galleria dell’Immagine, Inquelgiornooerabuioementreluisussuravaaleiquelraccontovolaronoviaduecolombeenoneranobianche.
Espone: Senza titolo, 2002, installazione; La Sostanza dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; Il Guerriero Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x100; Safir, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30; L’Equilibrio del Nomade, 2001, tecnica mista su tela, cm 180x140.
La mostra e´ curata da Giancarlo Papi, scrive nel comunicato stampa:
“[...] Hassan sa piacevolmente utilizzare l´effetto simbolico di una scrittura affascinante per noi sconosciuta, allo scopo di realizzare una pittura raffinata e d´effetto. Queste scritture minute spesso invadono completamente la tela, altre volte l´artista ne ingrandisce alcune, come amplificandole, forse per esaltarne l´armonia della forma. Così che quelle stesse parole perdono la loro condizione di portatrici di significato linguistico, diventano piuttosto soggetti pittorici nonché il mistero dei mondi lontani che esse sembrano oscuramente evocare.
Quello di Hassan é un immaginario che vede anche la presenza di sabbia, animali, figure, simboli, costumi e decorazioni che la memoria e il ricordo delle terre africane fanno rivivere in coinvolgenti installazioni e in spesso coloratissimi brani di pittura”
Verona, 4 ottobre-17 novembre, Spirale Arte, nontemerelindulgenza.
Espone: Il Guardiano dell´Amore, 2001, tecnica mista su tela, cm 199x150; Contenitore di Sogni, 2001, tecnica mista su tela, cm 100x100; Il Recipiente del Guerriero, 2002, installazione sabbia e vasi di terracotta dipinti, e disegni cm 30x20.
A cura di Cristina Ghizolfi e Marco Rossi.
Pesaro, 19 ottobre-4 novembre, Benciv Art Gallery, For 5.
Espone: Contenitore di Memoria, 2002, tecnica mista su tela, cm 180x140.
La mostra e´ a cura di Francesca Pietracci.
Gattinara (VC), 7 dicembre-11 gennaio, Sguardi.
Espone: Safir in Paradiso, 2000, tecnica mista su tela, cm 40x30; Santa Sania, 1999, tecnica mista su tela, cm 100x100.
Insieme a A. Bellucco, V. Berruti, R. Coda Zappetta, F. Di Lernia, L. Giovagnoli, M. Giovani, Ali Hassoun, P. Maggis, A. Roma.
Manuela Brevi, curatrice della mostra, scrive:
“[...]A questa oscillazione dell’immagine tra più riferimenti visivi, non si sottrae anche l’egiziano Fathi Hassan, quasi a testimoniare la difficoltà, oggi, di uno sguardo capace di restituirci una singola e unica visione del mondo. Le immagini da lui ricreate nascono infatti da un sistema di relazioni tra stili, miti e riferimenti di diversa provenienza. [...] le presenze che si mescolano nei suoi quadri sono figure allegoriche, prese in prestito dalla storia dell’iconografia occidentale e orientale. Sono immagini di santi misteriosi dallo sguardo assente e imperscrutabile, oppure potenti ed eleganti guerrieri, o elefanti rossi, leoni, cammelli, gazzelle. Tutti avvolti in una dimensione dal forte valore simbolico, anche antiche decorazioni nubiane si mischiano alle lettere dell’alfabeto arabo.”
2003
Milano, gennaio-febbraio, Spazio Symphonia, Fathi Hassan.
Espone: Angelo, 1998, tecnica mista su tela, cm 80x80; Contenitore dell’Anima, 1999, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dei Sogni, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Anima, 1997, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore del Desiderio, 1995, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dei Sogni, 1997, tecnica mista su tela, cm 100x100; Foglia, 1997, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore della Memoria, 1996, tecnica mista su tela, cm 100x100; Composizione Tropicale, 1999, tecnica mista su tela, cm 100x100; Volto Sacro, 1999, tecnica mista su tela, cm 40x30; La Famiglia, 1996, tecnica mista su tela, cm 215x195; L’Angelo Acceso, 2000, tecnica mista su tela, cm 40x30.
La mostra è curata da Martina Cavallarin.
Il Cairo (Egitto), marzo-aprile, Gallery Grant, Man'sreactiontokissingthemoon.
Espone: Ventiquattro lavori Senza titolo, 2003, disegno su carta, cm 40x30; tre lavori Senza titolo, 2003, ferro, cm 60x50.
La mostra è a cura di Fadia Grant.
Arona (NO), 19 aprile-1 giugno, Galleria Excalibur, lacrobaziadellinnocenza.
Espone: Safir, 2000, tecnica mista su tela, cm 90x80; Salto, 2000, tecnica mista su tela, cm 40x30; Folcolorafrica, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30; Il Riposo del Mago, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30; Foglia, 2000, tecnica mista su tela, cm 25x20; Contenitore Magico, 2000, tecnica mista su tela, cm 25x20; Santa Magda, 2000, tecnica mista su tela, cm 120x100; Sporgere la Mente del Santo, 2000, tecnica mista su tela, cm 80x70; Foglia, 2001, tecnica mista su tela, cm 80x70; Contenitore dell’Anima, 2000, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Anima, 2000, tecnica mista su tela, cm 80x80; Foglia sacra, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30; Foglia Sacra, 2001, tecnica mista su tela, cm 50x40.
A cura di Marco Rossi.
La mostra prosegue parallelamente a Stresa (VB), Galleria Excalibur, 20 aprile-1 giugno.
Villaricca (NA), maggio, Centro Storico, I Cortili dell’Arte.
Espone: Santa Villaricca, 2003, sabbia del deserto e polvere di cristallo su tela, cm 20x25.
Insieme a C. Bozzaotra, P. Bresciani, B. Ceccobelli, G. Di Guida, N. Nastro, C. Orabona, L. Pagano, B. Palmieri, E. Palumbo, F. Policastro, G. Panariello.
La mostra è a cura di Arcangelo Izzo, scrive nel catalogo:
“Africano della Nubia, un tempo ospite a Villaricca, è presente con 10 tele, tutte della stessa dimensione (20x25) ciascuna lavorata con sabbia del deserto e polvere di cristallo. Sono tutte del 2003, ognuna intitolata, come tavolette votive, a santi, a luoghi, a personaggi veri, inventati e santificati per riconoscenza, per esorcismo per sarcasmo o gioco. I nomi sono: Santa Villaricca, S. Stefano, S. Michele, S. Barbiere, S. Antonio, S. Mina, S. Napoli, S. Angelo, S. Enzo, S. Gioia. In essi l’energia creativa disegna una sorta di equivalenza tra estensione dello spazio e manifestazione dell’icona, tra lo spirito ludico della scrittura e la bellezza della stesura cromatica”
Palestrina (RM), 3-11 maggio, Museo Archeologico e Tempio della Fortuna Primigenia, La Sabbia del Nilo a Palestina. Il Museo come Contenitore di Memoria.
Espone: Il futuro dell’uomo, 2003, installazione; Viaggio sul Nilo, 2003, installazione con cuscini di cotone e scrittura sacra; I Santi, 2003, scrittura su vetro; Contenitore del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 220x192; Palma, 2002, sabbia del deserto su tela, cm 490x130; Safir, 2002, tecnica mista su tela, cm 50x40 ciascuno; Cuore, 2002, sabbia del deserto su tela, cm 190x140.
La mostra e´a cura di Francesca Pietracci.
Parigi (Francia), 12 giugno-31 agosto, Institut du Monde Arabe, Illustrateurs arabes de livres pour Enfants.
Espone: Racconti Nubiani, 1986-1997, tecnica mista, cm 32x30; Racconti Nubiani, 1986-1997, pastello su carta, cm 24x17 ciascuno.
Tra gli altri artisti: G. Bahgoury, H. El-Touni, R. Koraichi, A. Mandalawi, H. Musa, A. Siwi.
La mostra è organizzata da Denis Bauchard e Nasser EL Ansare, con il patrocinio di Madame Suzanne Moubarak.
In catalogo testo di Mohieddine Illabbad:
“Fathi Hassan a découvert des son jeune age son amour pour le dessin et a eu la chance d’etre encouragé à aller étudier les beaux-art en Italie. Après avoir terminé ses étudier les beaux-art en Italie. Après avoir terminé ses etudes universitaires, il a redécouvert l’imaginaire nubien avec ses contes, ses personages, ses icons, ses ensembles de motifs don’t les femmes ont si longtemps orné les facades des maisons blanches.
De son imagination, l’artiste a tire de quoi graver la surface des toiles de couleurs et de techniques mixtes, melées au sable du desert. Il a choisi cette technique pour illustrer quelques contes populaires nubiens à paraitre prochainement dans plusieurs livres”
Altomonte (CS), 19 luglio-31 agosto, Covento Domenicano, FOLCOLORAFRICA.
Espone: Safir, 2002, tecnica mista su tela, cm. 50x40; Contenitore Magico, 2002, sabbia su tela, cm 100x100; Cuore Sacro, 2002, sabbia su tela, cm 180x140.
La mostra e´curata da Antonina Zaru, realizzata in collaborazione con BencivArt Gallery e Capricorno Gallery.
Berchidda (OT), 11-15 agosto, Museo PAV, Del Segno del Suono e della Parola.
Espone: Contenitore dell’Anima, 2003, tecnica mista, cm 150 x 130.
Tra gli altri artisti: M. Arcangeli, J. Beuys, P. Calzolari, D. Hirsch, C. Olderburg, D. Oppenheim, G. Paolini, L. M. Patella, G. Penone, R. Pettibon, M. Pistoletto, M. Ray, J. Tilson, F. Vaccari, G. Zorio.
La mostra è curata da Giannella Demuro e Antonella Fresu.
Campobasso, 29 agosto-20 settembre, Chiesa di San Bartolomeo e Galleria Limiti Inchiusi, Fuoriluogo 8 Afritalia.
Espone: Un Sogno sul Nilo, installazione.
Insieme a T. Eshetu, C. Gavronsky, A. Kichou, B. Lopes, R. Shakinovsky, A. Simms e G. Zogo.
La mostra è curata da Mary Angela Schroth.
Capri, 12 settembre- 30 ottobre, Capri Palace, Emozioni Africane.
Espone: La Sostanza dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; Il Sacro Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; Guerrieri sacri, 2002, tecnica mista su tela, cm 100 x 100; Percorso Desertico, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; La Sostanza dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore di Luce, 2001, tecnica mista su tela, cm 100x80; Contenitore di Luce, 2001, tecnica mista su tela, cm 130x77; Contenitore Sacro, 2001, tecnica mista su tela, cm 80x80; Safir, 2001, tecnica mista su tela, cm 100x100; Foglia Sacra, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x80; Angelo, 2002, tecnica mista su tela, cm 50x40; Volto Sacro, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30.
La mostra è a cura di Antonina Zaru.
Nel comunicato stampa:
“Emozioni africana è un ciclo pittorico di grande suggestione nel quale il maestro nubiano ripercorre, con le sue sofisticate e splendide tecniche miste, il suo intero universo poetico: la ricchezza di suggestioni della cultura popolare africana; il fruttuoso connubio tra le istanze metatestuali delle avanguardie novecentesche e il gesto puro e spontaneo del folk; e, soprattutto, un gusto straordinario per il colore e una perizia formale affatto rara il cui ultimo obiettivo resta il canto lirico per il rimpianto di un’origine edenica, dell’arte (e, forse, della società tutta) irrimediabilmente scomparsa.
Una perdita d’innocenza e un bisogno di memoria che Hassan racconta in mille modi: ready-made, foto ritoccate, scrittura, azioni e installazioni, ma, soprattutto, pittura. Una pittura che vive attraverso un segno scarno che costituisce suggestioni ed eleganze grazie ad un ornato primitivo e una connotazione sempre fortemente poetica. Un segno di per sé poetico nel senso, anche, di un segno che, sull’egida di un lucido sincretismo, è capace di lavorare, contemporaneamente, sulle tante suggestioni dell’estetica occidentale combinate alle chimere e alle figure mitiche dell’Africa. In tal senso esempio particolarmente chiaro è un lavoro quale Monafricana del 2002 dove la Gioconda è riletta alla luce della figurazione simbolica africana.
Ad Hassan non è aliena una certa maniera concettuale che si estrinseca anche nell’uso stilizzato ed intellettualizzato del colore sempre di forte impatto visivo ed impiegato –come fa anche un altro dei maestri assoluti del tardo Novecento europeo quale Mimmo Paladino- in funzione archetipa.
Nella pittura di Hassan, allora, gli ori –stesi su ampie superfici e sovente presenti come sfondi, di rappresentazioni sulle quali si stagliano scarne silhouette- sono come il lascito umbratile di un sogno regale, ma anche il ricorso delle distese del deserto rovente come uno scudo infuocato; e il rosso bruno, un altro dei colori preferiti della tavolozza dell’artista, la traccia sanguigna del rimpianto; e il blu cobalto, il refrigerio di una gioia inattesa come quella dell’acqua dell’oasi o quella, dal cielo terso, di un imbrunire africano…..
Concettualismo e rara sapienza estetica ulteriormente chiari nell’uso che Hassan fa delle sabbie. Sabbie del deserto, segno tangibile della nostalgia della terra magrebina, ma anche elemento fisico che concede colore puro e lo spunto per –come dire?- inventare una qualità tridimensionale addirittura al segno. La sabbia è polvere di roccia, ritorno all’atomo solingo della materia assemblata da Dio: è segno dello scorrere del tempo, del disperdersi nel nulla e dell’eterno ritorno di ogni cosa all’infinito del mondo. Ogni granello di sabbia è segno e testimone, insomma.
Tahar Ben Jelloun nel suo capolavoro Creature di sabbia ha scritto: “Il testimone è la pietra. Lo stato della pietra. Ogni pietra è una pagina scritta, letta e cancellata. Tutto si attacca ai granelli della terra.”
Tutto si attacca ai granelli della terra. E’ proprio questo tutto che Fathi Hassan assembla da vent’anni per tentare di respirare il divino che è in ogni cosa.”
La mostra è stata in seguito trasferita a Washington D.C., Capricorno Gallery, 10 novembre 2003 a 10 gennaio 2004.
Bruxelles (Belgio), 14 ottobre-18 gennaio 2004, Hotel de Ville, Luoghi d’Affezione.
Espone: Contenitore di Luce, 2003, polvere di cristallo su tela, cm 100x100.
Tra gli altri artisti presenti V. Adami, V. Beecroft, J. Beuys, A. Boetti, M. Cattelan, F. Clemente, M. Duchamp, F. Favelli, D. Gnoli, J. Kosuth, T. Kirchhoff, M. Kostabi, J. Kounellis, M. Laplante, G. Pane, M. Rotella, D. Spoerri, C. Twombly, J. Von Thugen, A. Warhol.
La mostra, sezione della grande manifestazione Europalia, è a cura di Angelo Papasso in occasione della presidenza italiana della Comunità Europea.
La mostra prosegue a Internationales Kunstzentrum Ostbelgien Eupen, 9 ottobre-18 gennaio 2004.
Il Cairo (Egitto), 13 dicembre -13 febbraio 2004, Akhnaton Galleries Center for Art, 9th Cairo International Biennale.
Espone: Senza Titolo, 2003, installazione.
Tra gli altri artisti: Johanna Kandl, Moataz Nasr, Federico Neder, Paul Pfeiffer, Rashid Rana, Marcelo Salvioli, Lisa Schiess.
Imperia, dicembre, Trovasta, Altri.
Espone: Contenitore di Memoria, 2002, cera e pennarello su tela, cm 20x30; Foglia, 2002, cera e pennarello su tela, cm 20x30,
Insieme a K. Bridger, G. Caruso, R. Formenti, G. Galeotti, G. Lillo, R. Maggi, C. Magliatto, A. Schivardi, J. Tòròk.
La mostra è curata da Ketty Cacciabue.
La mostra è stata in seguito trasferita a Torino, Foyer Morfé, giugno; Brescia, Centro d’arte LuPier.
2004
Bologna, 24 gennaio-14 febbraio, Graphique Art Gallery, Contenitori di Luce.
Espone: Il Mahmal di Kenuz, 1998, sabbia su tela, cm 190x180; Campo di Cotone, 1998, tecnica mista su tela, cm 50x40; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Radice, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Foglia Sacra, 2003, tecnica mista su tela, cm 80x80; La Sposa del Nilo, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; Contenitore di Sogni, 1994, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Essere, 1994, tecnica mista su tela, cm 180x140; Contenitore di memoria, 1994, acrilico e sabbia del deserto su tela, cm 100x100; Safir, 2003, tecnica mista su tela , cm 40x30.
La mostra e´ curata da Angela Semola.
Torino, 30 gennaio-4 marzo, Fusion Art Gallery, DANIELA CARATI, New Generation; FATHI HASSAN, ladiscesadeglidei.
Espone: Il Guerriero Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm 200x190; Il Volto del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x80; Anub il Sacro Guerriero, 2001, tecnica mista su tela, cm 80x80; Angelo, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x100; Il Guerriero Sacro, 2001, tecnica mista su tela, cm 120 x 100; Volto Sacro, 2002, tecnica mista su tela, 80 x 80; Volto Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm 150x130; Contenitore Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x80; Contenitore dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 130x110; Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 130x100; Contenitore dell’Anima, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x80; Foglia Sacra, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x80.
Edoardo Di Mauro, curatore della mostra, nell´invito scrive:
“Con Fathi Hassan la Fusion Art Gallery ripropone al pubblico torinese un artista di indiscutibile rilievo internazionale, il cui lavoro è stato visto ed apprezzato più volte nel corso dell'ultimo decennio, in apparizioni personali ed all'interno di importanti mostre collettive, in un momento di grande felicità creativa frutto di una completa maturazione. Con Hassan il termine "internazionale", spesso usato a sproposito per enfatizzare il rilievo di manifestazioni velate da un fondo di inconfessabile provincialismo, il cui unico supporto a questa affermazione, è dato dal cognome degli artisti invitati, assume la sua autentica etimologia. Considerato ormai, come testimoniato da importanti rassegne ed autorevoli pubblicazioni, uno dei più significativi artisti africani dell'ultima generazione, Hassan infonde al suo stile, in cui sono peraltro inconfondibili i richiami simbolici alla sua terra d'origine, i caratteri propri di un linguaggio non delimitabile con precisione in un preciso e circoscritto ambito territoriale e culturale, ma in grado di dialogare e farsi comprendere, pur senza ricorrere a scorciatoie formali, ad un pubblico immaginabile come esteso su di una ipotetica dimensione planetaria. Hassan, nubiano nato al Cairo, dove spesso tuttora si reca, e trasferitosi in Italia all'inizio degli anni '80, si esprime con modalità operative allargate, pur in presenza di una decisa prevalenza dell'immagine pittorica, e con uno stile dove l'impiego di una manualità consapevole e raffinata si sposa ad, una poetica decisamente intrisa di concettualismo, un concettualismo per immagini sviluppato tramite la sempiterna forza del simbolo. La pittura, quindi, ma anche, all'occorrenza, la fotografia, l'installazione e la performance contribuiscono alla costruzione di un edificio artistico di grande compattezza ed assoluta riconoscibilità. Le immagini dell'universo africano proposteci da Hassan non sono tratte dal repertorio cui gli strumenti di comunicazione contemporanei ci hanno abituati, non hanno nulla del "reportage" sociale, provengono invece dall'immenso giacimento di icone tratte dall'archetipo millenario di quel mitico continente. Grafie arabe nervose e stilizzate, santi, animali, sabbie ed anfore si mescolano sulla tela con grande equilibrio ed infondono al fruitore un senso di quiete sollecitata, però, da un sentimento di mistero, di trascendenza, di autentica spiritualità. Quei segni e quei simboli, a cui spesso si uniscono reperti visivi tratti dalla tradizione bizantina, suonano familiari alla nostra sensibilità di uomini mediterranei, legati all'Africa da innumerevoli episodi storici e da un'antica ed ineludibile fratellanza che ha visto i due popoli, con intenti diversi e non sempre raccomandabili, prodursi in reciproche migrazioni. Ma, come dicevo prima, l'iconografia di Hassan è decodificabile ovunque, complici il clima di globalizzazione economica e, in questo caso, culturale, e la diaspora africana che ha diffuso nel mondo tracce inconfondibili di quella tradizione. L'artista, ben conscio di tutto ciò anche in virtù della sua stessa esperienza esistenziale, adopera una maestria dà "sciamano d'immagini" per condurci in un mondo magico dove la dimensione interiore si esterna con la forza del linguaggio poetico.”
Pesaro, 28 febbraio-12 marzo, Benciv Art Gallery, La Densità dell'Anima.
Espone: Contenitore Sacro d’Oro, 2003, tecnica mista su tela, cm 200x190; Foglia, 2003, tecnica mista su tela, cm 60x50; Safir, 2003, tecnica mista su tela, cm 40x30; Contenitore dell’Anima, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore della memoria, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dell’essere, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore dei sogni, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Scrittura Murale, 2003, installazione; ed altre.
Vicenza, 7-28 febbraio, Andrea arte contemporanea, Africaunita.
Espone: La Bandiera dell’Africa Unita, 1984, acrilico su tela, cm 135x75; Contenitore di Sogni, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Formica Sacra, 2003, tecnica mista su tela, cm 23x27; Contenitore di Sogni, 2003, tecnica mista su tela, cm 130x77; Contenitore di Luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 150x130; Foglia Sacra, 2003, tecnica mista su tela, cm 150x130; Contenitore di Luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 120 x100; Angelo, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Safir, 2003, tecnica mista su tela, cm 120x100; Contenitore Sacro, 2003, tecnica mista su tela, cm 130x140; Formica Sacra, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Percorso Desertico, 2003, tecnica mista su tela, cm 130x77; Foglia Sacra, 2003, tecnica mista su tela, cm 150x130.
La mostra e´ a cura di Paolo Dosa.
Nel testo di presentazione, Nicola Monti scrive:
“Gira il mondo, e si ferma a Vicenza, una scrittura particolare, che solo lui, che scrive col deserto di un “AFRICAUNITA” sa interpretare, e pazienza se bisogna scavare dentro di se´ per capire quel segno misterioso. Memoria umana e tradizione nubiana, sogni, pensieri, luci e misteri son scritti e cancellati, custoditi in luoghi non contaminati, raccontati da quell´onda di sabbia mossa da un vento senza rabbia, di cui Fathi Hassan, tutti lo san, e´ narratore e pittore.”
Francavilla (PS), 3-19 aprile, Museo Michetti, Il Respiro di Mansur.
Espone: Campo di cotone, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x60; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Radice, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Foglia sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Contenitore di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x80; Formica sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Contenitore Sacro, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Foglia sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 57x47; Volte Sacro, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Sacra formica, 2004, tecnica mista su tela, cm 27x24; Musaique, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Safir, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Contenitore di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30.
La mostra e´ curata da Mary Angela Schroth.
Roma, maggio. Hassan tiene due videolezioni speciali per il NETTUNO, Network per l’Università Ovunque, dal titolo Fathi Hassan e la Sostanza dell’Anima e Città senza Confine.
Roma, 29 aprile-21 maggio, Accademia d´Egitto, Angelo.
Espone: Foglia Sacra, 2004, tecnica mistasu tela, cm 40x30; Contenitore di Luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 57x47; Contenitore di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Santa Elham, 2004, tecnica mista su tela, cm 57x47; Anima in Progresso, 2004, tecnica mista su tela, cm 130x77; Il Deserto Visto dallo Spazio, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Percorso Desertico, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore di Luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x80; Cielo e Terra, 2004, tecnica mista su tela, cm 150x130; Mitologia Africa, 2004, tecnica mista su tela, cm 120x45; Guerriero, 2004, tecnica mista su tela, cm 48x57.
La mostra e´ a cura di Samir Gharib.
Capri, 22 aprile-20 maggio, Capricorno Gallery, Il Richiamo del Mare.
Espone: Safir, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x70; Il Viaggio, 2004, tecnica mista su tela, cm 90x57; Contenitore Spirituale, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Foglia Sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Zebra, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Fiore Desertico, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Folkolorafrica, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x50; Safir, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x40; Guerrieri sacri, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Foglia, 2004, tecnica mista su tela, cm 160x120; Angeli, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Il Principio, 2004, tecnica mista su tela, cm 57x48.
Espone insieme a G. Frangi e S. Garau.
Campobasso, 11 settembre-20 ottobre, Pinacoteca Dinamica, Fuori luogo 9, una Moderna Babele.
Espone: Il Testimone, 1993, immagine fotografica da performance, cm 200x138; Lo Sguardo verso l'Ignoto, 1985, fotografia, cm 200x138; Il Passo Storico verso l'Ignoto, 1985, fotografia, cm 200x138; Soffiando la Memoria, 1992, fotografia da performance, cm 200x138; Faluca, 1998, tecnica mista su tela, cm 350x420; Contenitore dell'Anima, 1998, tecnica mista su tela, cm 294x240; Senza titolo, 1991, fotografia dipinta, cm 60x45.
Insieme a L. Caiffa, G. Colin, H. McFall, R. Micheli, C. Moschella, C. Palladino, O. Rainaldi, S. Ronci, S. Scheda, J. Watson.
La mostra è a cura di Roberto Bencivenga e Limiti inchiusi.
La mostra viene poi trasferita alla Galleria limiti inchiusi, dicembre-gennaio 2005.
Palermo, 14 ottobre-20 novembre, Loggiato San Bartolomeo, La Madonna nell'Arte Contemporanea.
Espone: Madonna con Bambino, 2003, sabbia e polvere di cristallo, cm 40,5 x 29.
Tra gli altri artisti presenti Afro, C. Carrà, M. Ceroli, P. Guccione, J. Kirby, J. Le Parc, G. Manzù, U. Mastroianni, M. Paladino.
La mostra è curata di Monsignor Renzo Giuliano e Lorenzo Zichichi.
Vienna (Austria), 5 novembre-5 gennaio 2005, Kunsthalle, Termine. Africa Screams.
Espone: San Ekram, 2001, tecnica mista su tela, cm 80x80; Cielo & Terra, 2004, tecnica mista su tela, cm 150x130; Contenitore Celestiale, 2004, tecnica mista su tela, cm 150x130; Contenitore di Luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 150x130; Concetto di cielo, 2004, tecnica mista su tela, cm 120x100; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 120x100.
Tra gli altri artisti: J. Alexander, W. Bester, C. Botes, M. Edoga, P. M. Tayou, D. Zinkpé.
La mostra è curata da Thomas Mießgang e Tobias Wendl.
Palermo, 21 dicembre-20 gennaio 2005, Loggiato San Bartolomeo, Palermo, La Sicilia e gli Arabi.
Espone: Omaggio al Mediterraneo, 2004, tecnica mista, cm 50 x 60.
Tra gli altri artisti M. Abdayem, M. Basilé, B. Ceccobelli, A. Giovannoni, B. Liberatore, F. Messina, M. Rotella, A. Volo.
La mostra è a cura di Lorenzo Zichichi e Norberto G. Zicuri.
2005
Bologna, 27-31 gennaio, Arte Fiera-Benciv Art Gallery, Lo Sguardo verso L'Ignoto.
Espone: Contenitore, 2005, tecnica mista su tela, cm 90x80; Angelo, 2005, tecnica mista su tela, cm 57x48; Cielo & Terra, 2005, tecnica mista su tela, cm 150x130; Contenitore di luce, 2005, tecnica mista su tela, cm 70x70; Lo Sguardo verso l’Ignoto, 1985, fotografia, cm 200x138; Il Testimone, 1993, fotografia, cm 200x138;
Washington, DC (USA), 11 febbraio-4 settembre, Smithsonian National Museum of African Art, TEXTures: Word and Symbol in Contemporary African Art.
Espone: installazione, 2005, tempera su parete, cm 500x200; Glance Toward the Unknown, 1985, fotografia, cm 100x70; The Light Man’s Historical Footstep, 1985, fotografia, cm 100x70.
Tra gli artisti: G. Amer, B. Bickle, W. Boshoff, R. Koraichi e B. Searle.
La mostra è a cura di Elizabeth Harney.
Rivara (TO), maggio, Castello, Blog on Arthur Rimbaud
Espone: Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x50; Issa, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x50.
Tra gli altri artisti: F. Battaglia, A. Colombu, C. Faticosi, V. Manghi, P. Mattioli, A. Nankervis, A. Nardi, P. Pezzi, A. Sassu, Studio Azzurro, S. Tagliaferro, V. Vanghelis.
A cura di Claudio Rocchi.
Ancona, 13 maggio-26 giugno, Atelier dell' Arco Amoroso, Artisti stranieri nelle Marche.
Espone: Dimora del Nomade, 1989, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore di Sogni, 2001, sabbia del deserto su tela, cm 100x100.
Tra gli altri artisti ci sono opere di Cornellie, N. R. Hankins, Julian Pacheco, Li Zhi Quan.
La mostra è curata da Armando Ginesi.
Copenhagen (Denmark), 2 giugno-8 luglio, Istituto Italiano di Cultura, Novarum - Progetti 'Interni Italiani' n.3.
Espone: L’Acrobata, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100; L’Anima del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 120x100.
Tra gli altri artisti C. Calvanese, M. Corti, T. Giobbio, E. Jannini, J. D. Molinari, Plumcake, G. Rosso, V. Valente e R. Zizzo.
La mostra è curata da Eduardo Di Mauro.
Seregno (MI), 16 aprile-10 maggio, Galleria Sergio&Thao Mandelli, La Metamorfosi dello Spirito.
Espone: Contenitore di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore di luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 30x40; Contenitore di luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 50x40; Contenitore luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 48x57; Contenitori di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 70x70; Contenitori di luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 140x120; Foglia sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 120x110; Contenitore di luce, 2005, tecnica mista su tela, cm 140x120; Contenitore di luce, 2005, tecnica mista su tela, cm 100x100; Safir, 2005, tecnica mista su tela, cm 50x40; Safir, 2005, tecnica mista su tela, cm 70x70; Foglia sacra, 2005, tecnica mista su tela, cm 110x120.
Fano, 1 ottobre-10 novembre, Galleria Novato, Fathi Hassan, Creature di sabbia.
Espone, come da illustrazioni in catalogo: Richiamo, 2005, tecnica mista su tela, cm 92x88; Carneval Africa, 2004, tecnica mista su tela, cm 68x70; Carneval Africa, 2004, tecnica mista su tela, cm 68x70; Farfalla Sadica Sacra, 2004, tecnica mista su tela, cm 90x80; Africa, 2005, tecnica mista su tela, cm 40x30; Safir, 2005, tecnica mista su tela, cm 50x40; Il Silenzio di Terhaq, 2004, tecnica mista su tela, cm 40x50; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Mandil, 2004, tecnica mista su tela, cm 80x80; Mandil in Paradise, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Angelo, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Il Portatore di Memoria, 2001, performance; Contenitore del Guerriero, 2002, tecnica mista su tela, cm 220x192; Contenitore Celestiale, 2004, tecnica mista su tela, cm 57x47; Contenitore di Luce, 2005, tecnica mista su tela, cm 100x80; Contenitore di Luce, 2003, tecnica mista su tela, cm 100x100; Contenitore Sacro, 2004, tecnica mista su tela, cm 100x100; Un Elefante Sacro Particolare, 2005, tecnica mista su tela, cm 110x130; Folcolorafrica, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Kandil Om Hash, 2004, tecnica mista su tela, cm 110x130; Foglia Sacra, 2005, tecnica mista su tela, cm 80x80; Anima in Progresso, 2005, tecnica mista su tela, cm 130x77; Contenitore di Luce, 2004, tecnica mista su tela, cm 130x110; La Mappa dell’Amore, 2004, tecnica mista su tela, cm 120x140; Santa Elham, 2005, tecnica mista su tela, cm 57x47; Santa Maha, 2005, tecnica mista su tela, cm 57x47; Volto Sacro, 2004, tecnica mista su tela, cm 50x40; Guerriero Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm 100x100; S. Massaud, 2001, tecnica mista su tela, cm 39x29; Santa Murbak, 2001, tecnica mista su tela, cm 40x30; Madonna con Bambino, 2005, tecnica mista su carta, cm 39x29; ISSA S.D.L.P., 2004, tecnica mista su tela, cm 40x30; Santa Tawinda, 2004, tecnica mista su tela, cm 60x50; Santa Murbak, 2004, tecnica mista su tela, cm 60x50.
Il curatore, Maurizio Sciaccaluga nel catalogo scrive:
“Fathi Hassan non si accontenta di raccontare l'Africa, non si limita a illustrare i costumi e le forme della sua terra. Il desiderio di palpare e rimodellare le sabbie del deserto, la voglia di catalogare gli uomini e gli animali del Sahara, la frenesia di ridurre i paesaggi aridi e assolati a un segno o a un simbolo, a un’icona, svelano come l'artista cerchi invece, sempre, di comprendere, riassumere, interpretare il cuore fascinoso e pulsante del continente. Fanno capire come, piuttosto, l'intenzione dell'autore sia quella d'andare a fondo nel carattere del luogo, di tuffarsi dentro quelle realtà e quei panorami che, ad altri, interessano solo per l'aspetto caratteristico e oleografico. Hassan non disegna l'Africa: la rivive, cerca di plasmarla ex novo, la esplora, vorrebbe catturarla e chiuderla per sempre nei confini angusti e compressi di un quadro, di una scultura.
La ricerca dell'artista è basata, spesso, sull'ossessione e la ripetitività. Un tema, una forma - per esempio il vaso, oppure la palma, o ancora uno scarno orizzonte sahariano - possono essere oggetto di lunghe indagini, articolate in cospicue serie di opere. Le linee, le inquadrature, i tratti, i tocchi di fino si ripetono da un pezzo all'altro e sono proprio le minime variazioni, gli scarti più o meno impercettibili, a dare un senso al lavoro, a dare vita a un racconto fatto solo di silenzi e momenti di pausa. Gli otri che si susseguono quasi identici sulle tele - decorati alla stessa maniera, tutti rigidamente in bicromia, segnati dalla medesima polvere, similmente ripresi da una visione ravvicinatissima - sono il modo migliore per parlare del deserto, di quel gran mare di sabbia dove ogni panorama è uguale all'altro, ogni presenza è uguale all'altra, e solo l'occhio ben allenato riesce a distinguere e orientarsi. Le decorazioni sono intarsiate di rena finissima, e minacciano di disperdersi al primo soffio. Chi riconosce i sentieri spostati dal vento e chiama le dune ognuna con un nome diverso potrà vedere nei vasi la declinazione delle infinite variazioni e possibilità della natura, la magia di creazioni di sabbia sempre uguali e sempre dannatamente diverse, mentre chi del Sahara ama e teme la mancanza di riferimenti evidenti, la ripetizione ossessiva di orizzonti indistinguibili e omologati, negli stessi vasi osserverà la minaccia di una natura matrigna, il continuo ritrarsi di un mondo che non ha alcuna intenzione di farsi catturare e codificare. Alla stessa maniera di quello dei grandi otri, anche il ciclo dedicato agli animali - disegnati su carte opache, spente, incredibilmente assorbenti - narra il grande centro dell'Africa, le sue contraddizioni evidenti tra il vuoto e il pieno, la vita e la morte, il tutto e il nulla. Fantasmi improvvisamente materializzatisi in una composizione arida, il leopardo, l'elefante, la scimmia e le altre fiere dipinte da Hassan rivelano la solitudine profonda del continente, il suo essere sempre e costantemente solo e lontano, tanto adorato quanto abbandonato al proprio destino. Non ci sono mai scene di caccia, mancano i branchi e la vita di gruppo, non si trovano relazioni tra i viventi nei pezzi dell'autore nubiano: a dominare le costruzioni è, appunto, la solitudine, il rapporto che lì, in quei posti cotti dal sole e dalla siccità, ogni individuo deve avere solo e soltanto con se stesso. L'artista non guarda il passato, non si rifà, pur ricordandole volutamente nello stile, alle stagioni dell'arte egizia e romana che, popolando gli stessi luoghi, avevano già affrontato la riproduzione del mondo naturale. Non osserva con lo stupore di chi vede qualcosa di meraviglioso e vuole possederlo, dominarlo: piuttosto, coglie di quella presenza maestosa il dramma più intimo, la minaccia che potrebbe, in ogni momento, metterlo in crisi, eliminarlo.
Fathi Hassan lavora sulla sottrazione, segue un antico detto alchemico trecentesco che recita tere tere tere nec tedeat terere. In pratica, togli finché non ci sia più niente da levare, semplifica e riduci fino a che tu non sia arrivato al nocciolo, all'essenza. I suoi lavori hanno, appunto, l'essenziale, parlano di decorazioni tribali senza cadere nella decorazione, mostrano i costumi di un popolo senza nemmeno sfiorare il reportage. Sono pieni, all'inverosimile, di riflessioni e considerazioni, ma sono invece vuoti di segni, rarefatti, morbidamente assopiti. Tutto è sempre costruito sul contrasto tra una presenza forte e il nulla che la circonda, tra un protagonista e una scena appena suggerita, soltanto accennata. I volti delle figure non hanno panorami di contorno, gli animali si muovono in una savana invisibile, i vasi e le palme sono disegnati da due (non di più) linee portanti. Bisogna svuotare l'Africa delle banalità di cui l'Occidente l'ha riempita, dei luoghi comuni, delle frasi e delle forme scontate. L'artista asciuga le composizioni, rende freddo e compassato un racconto sempre caldo e incalzante, si ferma a osservare i particolari che, di solito, si perdono nel mucchio. Il lavoro ciclico sui vasi, sulle palme, sulle figure, vuole dimostrare quanto sia necessario rallentare la visione, concentrarsi sul particolare, accontentarsi del poco rifuggendo il troppo. È nelle piccole cose che stanno i fondamenti e il senso storico di un popolo, ed è necessario indirizzare l'attenzione su di esse. Considerando il successo attuale della figurazione mediale - spesso ispirata al cinema, alla televisione, agli spot, ai videoclip, all'incalzante susseguirsi senza senso di immagini una all'altra - si intuisce quanto la ricerca di Hassan sia originale e lontana dalla moda imperante, quanto possa infine risultare ostica da comprendere ma unica nella sua voglia di volare altrove, lontano dai sentieri già battuti e già esplorati. Mentre moltissimi inseguono il sogno occidentale, l'illusione delle luci e degli spettacoli, i trucchi dei baracconi e delle paillette, l'artista - eccentrico come pittore, scultore, fotografo e perfino performer - punta su lidi diversi, su quei mondi triturati dalle logiche capitalistiche e soli, oggi, a conservare ancora una parvenza d'umanità, di vita vissuta e non recitata.
Spesso monocromi, a volte giocati su contrasti tutt'altro che forti, sovente disegnati da grumi di sabbia e materia, i lavori di Hassan non possono essere soltanto osservati. In realtà, per assaporarli davvero bisogna toccarli, sentirne la strana consistenza. È necessario sfiorarli per capire quanto siano sottili, in ogni senso: hanno infatti linee morbide e carezzevoli ma, insieme, un corpo graffiante e duro, che ricorda i monili berberi. In pratica, oggetti dolci da vedere ma aggressivi nel significato d'appartenenza, nell'orgoglio della stirpe.”
San Felice sul Panaro (MO), 9 ottobre- 6 novembre, Rocca Estense, XXIX Edizione Biennale d’Arte Aldo Roncaglia.
Espone: Guerriero Sacro, 2002, tecnica mista su tela, cm. 100 x 100; Contenitore Sacro, 2004, tecnica mista su tela, cm. 100x100.
Tra gli artisti: E. Baj, M. Baricchi, D. Montanari, N. Nannini, C. Palladino, M. Shafik, J. Tilson, S. Tonelli.
Il comitato scientifico è composto da Giorgio Di Genova, Nicola Miceli e Michele Fuoco.
Gennaio. Viaggia a Washington, DC per la mostra TEXTures: Word and Symbol in Contemporary African Art alla Smithsonian National Museum of African Art.
Genova, 23 dicembre, White
Espone: Contenitore di memoria, 2005, tecnica mista su tela, cm 100x100.
Insieme a M. Barbierato, F. Bellati, S. Boddeke, A. Coers, G. Costa, E. T. De Paris, P. Greenaway, B. Huemmer, W. Jugacho, K. Leitner, A. Nassiri Tabibzadeh, M. Palazzi, W. Peter, O. Scharfbier, G. Stangelmayer.
Progetto a cura dell’Associazione ArtisticaMente.